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Stadio finale

di ETTORE DE FRANCO

TUTTI GLI STADI PORTANO A ROMA

Gli stadi sono parte integrante del panorama urbano occidentale da un più di un secolo ma negli ultimi mesi qualcuno deve averli spostati "al centro del villaggio".

Nelle prime settimane di questo 2017 le principali testate giornalistiche hanno dedicato agli impianti sportivi pagine di riflessioni, calcoli, reportage e infografiche. Finanche il bulimico settore comunicazione del M5S, che guida il governo della Capitale attraverso la figura della sindaca Virginia Raggi, sembra essere definitivamente intrappolato in un cul-de-sac in cui tutti gli spiragli riportano, in un modo o nell’altro, alla questione "Stadio della Roma".

Fra gli organi di informazione interessati alla questione, la redazione sportiva di Sky Sport si è lanciata senza indugio nella promozione del progetto che prevede la costruzione della dimora che dovrebbe mandare in pensione il vetusto Olimpico, forse perché ha interesse nel vedere i propri inviati e le proprie telecamere comodamente sistemati in una struttura nuova di zecca; forse perché negli highlights della domenica sera godersi un pallone che gonfia una rete di recente fabbricazione, sostenuta da tre pali appena sfornati, circondati da piloni di cemento freschi-freschi fa sempre un bell’effetto; forse perché gli spacciatori di notizie si riforniscono dalle stesse mani che impastano calcestruzzo e assemblano megaschermi; o, più semplicemente, perché la querelle romana garantisce nutrimento per i palinsesti del prossimo lustro.

Nella metà campo opposta, redazioni di giornali come ‘Il Manifesto’, insieme ad alcuni siti di informazione indipendente, provano a dare voce a chi accoglie criticamente il progetto del "nuovo Colosseo". Urbanisti, attivisti sociali, archeologi, nemici del Movimento 5 Stelle, sostenitori del Movimento 5 Stelle (dipende da quello che sancisce l’ondivaga rete e dall’ordine del giorno del CDA della Casaleggio&Associati) e laziali riversano sulle pagine del "quotidiano comunista" obiezioni al progetto che vuole dare una nuova casa alla "magggica" squadra capitanata da Francesco Totti.

Il giocatore più rappresentativo della compagine capitolina è, tra l’altro, una delle vittime principali del tira e molla sullo stadio. L’obiettivo della carriera ormai agli sgoccioli der Pupone è quello di battere il calcio d’inizio della partita d’inaugurazione del futuro tempio dei giallorossi. E’ da troppo tempo che Francesco si sforza di non appendere le scarpette al chiodo per giungere all’agognato giorno del varo di questo Titanic da terraferma ancora con i gradi di "Capitano sul campo". Purtroppo per lui ogni giorno che passa, ogni consiglio comunale che si chiude, ogni variante al progetto che viene bocciata, ogni metro cubo che viene strappato alla bramosia delle betoniere, ogni appello che invoca "il rispetto del bene collettivo" lo allontanano dall’udire il fischio iniziale che sarebbe il degno coronamento della sua epica carriera. Al momento il best case scenario lo vede partecipare all’inaugurazione dello "Stadio della Roma" in giacca e cravatta, in qualità di Presidente Onorario della compagine che fu di Bruno Conti, Niels Liedolm ed Agostino Di Bartolomei; mentre la prospettiva peggiore lo ritrae solo e curvo, intento a strappare erbacce ingiallite a Tor di Valle mentre tifosi, televisioni e stadi si sono già trasferiti su uno dei sette pianeti scoperti dalla Nasa ed acquistati da Fox Sport.

“Vecchio a chi?”, il murale di Lucamaleonte dedicato a Francesco Totti. Credits: Erik Törner

Nelle posizioni apicali della classifica dei discorsi da bar-sport l’egemonia della Juventus e le lamentele sull’andamento delle squadre locali hanno ceduto il posto a ragionamenti su cubature, deroghe ai piani urbanistici ed esegesi del "project financing". Non c’è più spazio per i commenti tecnici legati allo sport; sembra che noi italiane ed italiani, dopo essere stati definiti come santi, poeti, navigatori e commissari tecnici siamo diventati anche architetti; sarà colpa dell’accessibilità degli studi universitari o merito di qualche app che ci assicura una laurea breve ma intensa. Sono lontani i tempi in cui l’esaltazione dei tunnel di Robybbaggio e delle serpentine di Ronaldo si mescolavano alle bestemmie per un espresso troppo caldo. Oggi poggiamo un gomito al bancone, guardiamo il televisore di cinquanta pollici appeso in alto, al fianco del listino prezzi, e ripetiamo il mantra "ormai senza stadio non vai da nessuna parte. Ci vogliono investimenti: musei, supermercati, palestre, fast-food, parcheggi, visite guidate ed aree riservate ai possessori della Gold-Card". Quelli che finiscono per pagare la consumazione sono i malcapitati che provano a ribattere che ‘la prestazione sportiva non dipende da quella economico-finanziaria’ e vengono accolti con bordate di fischi, cori e ululati razzisti, di quelli che, secondo Maroni, dovrebbero essere spariti dagli stadi per l’incombente minaccia del Daspo.

Ciò che sorprende è l’irruzione dello stadio nei nostri discorsi quotidiani. Neanche stessimo parlando di un attentato terroristico in una discoteca o di un’invasione di cani pitbull che divorano innocenti bambini che giocano ai giardinetti, mentre i nonni si distraggono imparando ad usare lo smartphone. Siamo spiazzati da questa nuova ossessione perché gli stadi hanno da molto tempo un ruolo di riguardo nel nostro immaginario, non sono propriamente una novità. Il finale della corsa ciclistica più affascinante del mondo, la Paris-Roubaix, si svolge in uno stadio (di quelli che hanno un nome futurista: velodromo); appassionati delle due ruote e non ricorderanno le immagini del 1995 in cui Franco Ballerini entra in solitaria nella struttura stipata all’inverosimile per godersi gli ultimi metri di un’impresa indelebile.

In alcune occasioni l’interno degli stadi si è trasformato in teatro di repentine perdite di memoria e silenzi imposti. Basti pensare alle esecuzioni di massa predisposte dalle più sanguinarie dittature del ventesimo secolo che hanno avuto come palcoscenico i catini dedicati ad eventi moltitudinari; all’ "olvido" caduto sugli omicidi a sangue freddo del febbraio del ’77 presso la cancha de Racing nel celebre quartiere di Avellaneda di Buenos Aires o all’immobilità delle dita del chitarrista comunista Victor Jara, ritrovate sparse come un mucchietto di stuzzicadenti sanguinolenti sul manto erboso dell’Estadio Nacional de Chile nel 1973, mentre le radio che trasmettevano le sue canzoni venivano messe a tacere per sedici lunghi anni.

Lo stadio è stato il luogo dell’incoronamento definitivo dei gruppi musicali più importanti del mondo, specie dei grandi gruppi rock che hanno preservato qualche briciolo di energia dal turbinio di sesso e droga per incontrarsi col diavolo e girare la propria anima ai gestori degli stadi; non sapendo che poi sarebbero arrivati dei bagarini che l’avrebbero rivenduta a prezzi maggiorati e che gli stessi bagarini con i proventi di queste vendite avrebbero creato delle piattaforme digitali per l’istituzionalizzazione della sub-vendita degli ingressi ai concerti.

Nello stadio risiedono l’alfa e l’omega del consesso sportivo più importante dei nostri tempi, le Olimpiadi: come dimenticare la Regina Elisabetta d’Inghilterra che partecipa alla cerimonia inaugurale di Londra 2012?

Lo stadio è l’altare dei riti della cultura di massa, è il luogo di svolgimento dell’azione sociale, esso ha ospitato Papi, Regine e Muhammad Alì. Ma in questo 2017 esso ha smesso di essere un luogo di fruizione più o meno rapida per diventare il convitato di pietra delle edizioni dei telegiornali, delle pause caffè e dell’agone social-mediatico.

THINK GLOBALLY, FUCK LOCALS

Forse, per comprendere meglio la portata del ‘fenomeno stadio’, è opportuno scendere nella dimensione locale, scalare un paio di marce, adottare la lente d’ingrandimento del nostro google.maps e spostarsi dall’imperiale Roma alla provinciale Cosenza. Lo stadio della città bruzia fino a pochi anni fa era chiamato "il San Vito", perché la struttura sportiva sorge nel mezzo dell’omonimo quartiere. Tuttavia, nell’estate del 2015, quando morì il calciatore più rappresentativo della storia dei Lupi della Sila, Gigi Marulla, l’intera popolazione locale decise di espropriare l’intitolazione al martire di origine siciliana per offrirla al fromboliere e goleador della compagine rossoblù. Tutto ciò a dimostrazione del profondo legame tra la cittadinanza e l’impianto. Il Gigi Marulla, posto alla periferia occidentale della città di Bernardino Telesio, è stato individuato, poche settimane or sono, come uno dei luoghi dai quali partirà l’ennesima rinascita dell’urbe guidata da un sindaco-architetto. Il rinnovamento del Gigi Marulla, tanto per capirci, è tanto importante quanto quello dell’ospedale cittadino, secondo la visione dell’attuale amministrazione. La notizia è stata accolta in città con i più disparati stati d’animo. Una parte della tifoseria del Cosenza Calcio ha cominciato a fantasticare le prossime vittorie della compagine, grazie agli introiti della nuova struttura; mentre gli altri hanno cominciato a risparmiare per essere in grado di acquistare i biglietti d’ingresso i cui prezzi, s’ipotizza, subiranno un aumento esponenziale. Le realtà più impegnate nel sociale hanno detto chiaramente che le priorità sono altre e che se la ristrutturazione dovesse gravare sulle casse pubbliche vi si opporranno duramente. I palazzinari hanno già sguinzagliato i propri dipendenti per stilare progetti e preventivi che garantiscano loro la vittoria dell’appalto. Mentre i parcheggiatori già sognano di stendere un tappeto di vetture nelle verdi colline circostanti. E poi ci sono le persone che, a prescindere dall’assenza di supermercati e slot-machine, già vivono lo stadio giorno dopo giorno, svolgendo attività ludico-motorie per bambini come la Boxe Popolare, rinverdendo i fasti di uno sport glorioso come la scherma o strappando le future generazioni a tablet e console come la scuola calcio Bergamini.

Murale realizzato a Cosenza da Flavio Favelli e Lucamaleonte in memoria di Gigi Marulla

Queste realtà cederanno il passo al nuovo frequentatore dell’impianto sportivo, che sarà un pop-hipster entusiasta di tutti i vantaggi della gentrificazione di questa zona marginale di una città periferica, contento del fatto che la possibilità di fare la spesa nello stesso posto in cui ha appena visto giocare la propria squadra del cuore lo farà sentire un po’ come a Torino o a Londra, perché i luoghi gentrificati si somigliano tutti. Da quando, sul finire degli anni ’70, lo spazio è stato prodotto con un nuovo senso del luogo e nuovi valori, i nuovi impianti sportivi sono diventati il Cavallo di Troia ideale di questi sensi e valori, come fu il jingle di Forza Italia per Berlusconi al tempo della sua proverbiale "discesa in campo".

UN MESSIA FATTO DI COCACOLA, HOT-DOG E BIRRA ANALCOLICA

«E voi non dovete fare altro che ricambiare quell’amore e non dovete fare altro che comprendere che ciò che vedete negli schermi sono le visioni degli dèi, la verità universale, vecchio mio, e la maniera in cui dovreste condurre la vostra vita, perché così dice il messia, il Re dei Popcorn».

Lo stadio si è trasformato nel feticcio poco sopra descritto da Joe R. Lansdale, nel Re dei Pop Corn: il personaggio che, composto da pop-corn e coca-cola, nutre i sudditi col proprio vomito e non fa altro che ripetere che "chi disobbedirà verrà sequestrato e divorato". Lo stadio ed il Re dei Pop Corn hanno "la forza persuasiva delle ossessioni [che] non conosce ostacoli; o meglio: si nutre di ostacoli", rappresentano "la malattia della convinzione" che prende corpo nelle arene contemporanee per mettere a confronto i tifosi-gladiatori-consumatori e sancire l’inevitabile vittoria dell’unico soggetto che aveva reali aspirazioni di portare a casa l’intera posta in palio: il guardiano che a fine serata chiude i cancelli ed accende la televisione.

Eppure, ritornando in Argentina, le differenze tra cancha e concha, i termini che definiscono lo stadio e la vagina, sono minime; l’assonanza tra la parola che definisce l’organo dal quale si genera la vita e quella che segna il luogo della socializzazione per antonomasia rimanda a pensieri colorati, festosi, pregni di speranza ed orientati al futuro. E la speranza è l’unica, vera, ossessione dell’umanità.

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*ETTORE DE FRANCO

Amante della vita in quanto perfetta metafora dello sport. Osservatore privilegiato, su entrambi i fronti, della guerra delle Malvinas e della questione basca. Attualmente nel buen retiro calabrese in attesa che i fichi si secchino al sole.

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ISSN 2611-5433

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