KINDNESS

L'EVIDENZA INVISIBILE

APERTURA SABATO 16 GIUGNO

Organizzata con DiffèrArt e curata da Daniele Garritano, Kindness  è la prima mostra europea di Olivia Pendergast, artista americana che vive e lavora in Kenya.

A partire da un’esplorazione dei sobborghi più poveri e sovraffollati di Nairobi, i ritratti di Pendergast raccontano gli slums con uno sguardo non divisivo o dualistico. Kindness non rappresenta soltanto la gentilezza, è un sentimento che allude ai legami invisibili che saldano le generazioni e costituiscono una comunità.

L'EVIDENZA INVISIBILE

[Daniele Garritano]

Il lavoro di Olivia Pendergast racconta un’esperienza di ricerca artistica che si compie in due fasi.

 

La prima, di matrice fotografica, consiste nell’incontro con l’altro, che avviene secondo un metodo d’indagine quasi etnografico (l’osservazione sul campo, il coinvolgimento partecipante, l’interazione tra la ricercatrice e i soggetti della ricerca). L’universo simbolico e relazionale dei soggetti è colto attraverso uno sguardo che, partendo da una posizione di esteriorità – quella dell’artista americana che decide di trasferirsi in Kenya –, inizia a “familiarizzare” con l’ambiente, a riconoscere i segni delle passioni che affiorano sulla superficie dei volti, i gesti compiuti dalle mani delle persone con cui interagisce. Realizza una mappatura affettiva.

 

La riflessione su di sé, generata dal contatto con l’altro, avviene attraverso la pratica d’introspezione e si concretizza nell’arte del ritratto. Lo stesso sguardo, prima rivolto all’altro per stabilire un contatto e costruire una forma di relazione, elabora in un secondo tempo le impressioni che la relazione ha prodotto su di sé. Annota il modo in cui è stato modificato dall’incontro con un altro sguardo, orientando il suo “prodotto” – la visione – verso il limite della sua origine. Sulla superficie della tela si fissano non tanto i caratteri interiori dei soggetti rappresentati (elemento tipico della ritrattistica ottocentesca), quanto lo spazio intermedio fra due soggetti o, per meglio dire, il campo relazionale che si costruisce in qualunque legame umano. Più che sui singoli personaggi, l’attenzione è posta sulla scena e sulla sua tonalità affettiva. Lo stesso uso dei colori tende a sfocare la nitidezza dell’immagine fotografica, in favore di una connessione visiva più profonda che lascia intuire una simbiosi fra il personaggio e l’ambiente. Un sentimento d’amore, di comprensione reciproca, guida lo sguardo verso la scoperta di un’evidenza invisibile.

 

L’opera di Olivia Pendergast si nutre di un’esperienza fondamentale: il passaggio dallo sguardo fotografico a una visione qualitativamente diversa. Un movimento di attrazione e astrazione verso la sfera dei sentimenti educa lo sguardo a cogliere sfumature e colori di un mondo estremamente complesso. Le posture delle donne ritratte, i modi in cui i corpi occupano lo spazio, esibiscono una fermezza enigmatica che lascia interdetti, ma è nel colore – in particolare dei volti e delle mani, ma anche dei vestiti e degli stessi sfondi – che si compie il miracolo di una connessione più profonda. Insieme allo spazio umano del volto, gli elementi ambientali (gli abiti, gli interni, la flora) raccolgono, per metonimia, il flusso del transfert affettivo. Le distanze culturali non vengono negate in favore di una presunta “naturalità” delle ragioni del cuore. Al contrario, risaltano come sfondo di una familiarità che si crea sul momento, spesso a partire dal principio materno. Si entra in una dimensione di sintonia in cui emerge ciò che è in comune: non la fantasia di costruire una realtà matriarcale, ma un clima di identificazione con una forma di intuizione del mondo fondata su un’esperienza emozionale.

SISTER

[Olivia Mae Pendergast]

Mi sveglio ogni mattina con le urla terribili e inquietanti dell’Hada Ibis. Dopo aver portato mia figlia all’asilo, dove si sta diplomando in caccia al Cercopiteco, comincio a dipingere.

Una delle gioie più grandi che ho provato nell’età adulta è andare negli insediamenti informali dentro e intorno a Nairobi (che i kenyani chiamano “slums”) per fotografare i loro abitanti.

Avvolti nel labirinto della loro vita attraverso vicoli di fango e baracche, corridoi di lamiera, vedo i volti che si affacciano dalle tende di pizzo e da sotto le sottane. Le donne che hanno accettato di essere fotografate, non parlano inglese o almeno molto poco e questo rende l’incontro ancora più dolce. Non si parla di problemi, di come è il tempo, di quanti anni hanno i bambini.

È un incontro più onesto.

Sanno che la mia vita da americana della classe media è inspiegabilmente “ricca”, comparata alla loro. Anche di fronte ai buchi sul davanti delle mie Converse, il loro sguardo si fissa.

E so, che per quanto dura sia stata la vita per me, non posso arrivare al loro livello di determinazione e non posso fingere di capire neanche un momento della loro vita.

 

Ma ho vissuto l’inimmaginabile dolore e gioia del parto naturale.

Ho provato l’amore per un bambino per il quale morirei.

Ho sentito il cuore spezzarsi d’amore e di dolore, dolore indescrivibile.

E ho provato la privazione della dignità umana dello stupro, quel sentimento di auto-colpevolizzazione che ti porti addosso.

Guardo i loro occhi. Vedo una donna e una sorella.

 

Dove la competizione era solita mentire, ora c’è empatia.

 

Questo è ciò che fotografo e dipingo. C’è un amore per queste donne che sto iniziando, da adulta, a scoprire. Forse è soltanto auto-accettazione. Forse proietto la mia storia su di loro. Non ne ho idea. Sono lo specchio del mio pensiero incondizionato

Zetaesse

ISSN 2611-5433

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