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Digiuno d’amore. Piccola morfologia dei disturbi alimentari

di DIEGO FERRANTE


Ma quando ci sono dei fuochi da guardare, la notte passa molto meglio, è più niente da sopportare, non è più la solitudine. Louis-Ferdinand Céline


«In questi ultimi decenni l’interesse per i digiunatori è molto diminuito. Mentre prima meritava metter su spettacoli di questo genere per proprio conto, oggi sarebbe assolutamente impossibile. Erano altri tempi quelli. Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l’interesse del pubblico; tutti volevano vedere il digiunatore, almeno una volta al giorno; e negli ultimi giorni c’erano perfino degli abbonati che sedevano intere giornate davanti alla sua piccola gabbia».

Nel 1922 Kafka pubblica un breve racconto intitolato Ein Hungerkünstler. Un artista della fame. Il testo ripercorre le vicende professionali di un artista alquanto insolito, un digiunatore, per l’appunto. I suoi digiuni prolungati avvenivano all'interno di una gabbia esposta al pubblico, gli spettatori erano in gran numero e partecipavano con entusiasmo. Aveva vissuto così per molti anni con brevi e regolari intervalli di riposo. Digiunava. Come aveva sempre fatto e sempre con maggiore facilità. Ma col passare del tempo «come per una segreta intesa, si era destata una vera avversione per il digiuno come spettacolo». L’artista fu allora costretto a siglare un contratto per il circo, dove gli venne assegnata una gabbia periferica accanto a quelle degli animali. A ogni buon conto, il cambiamento non produsse sorte migliore, la folla continuò a dimostrare poco interesse e meno pazienza. La paglia divenne sempre più comoda e se la convinzione di continuare il digiuno restava ferma, la fierezza sembrava sparita: «Debbo digiunare, non posso farne a meno, perché non ho mai trovato il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato, credimi, non avrei fatto storie e mi sarei abboffato come te e chiunque altro».

Il digiunatore di Kafka evidenzia qualcosa cui prestiamo spesso poca attenzione: gli esseri umani non mangiano soltanto per nutrirsi. A differenza degli animali, l’uomo trasforma di continuo gli alimenti – utilizza le mani, il sale e gli occhi. Il cibo raccoglie un gruppo di protocolli, condotte e comportamenti che si sviluppano al di là del loro fine specifico. L’appetito, la fame, anche la voracità, dunque, non domandano semplicemente l’appagamento di un bisogno, quello di nutrirsi. Non cercano soddisfazione, ma piuttosto di avanzare, di procedere senza fermarsi. Lacan più di tutti ha contribuito a delineare il circuito tra bisogno, domanda e desiderio. L’oggetto della pulsione, il cibo, è chiamato a saturare ciò che non può colmarsi, poiché la pulsione si lega sempre al desiderio, e ancora prima che i denti afferrino il boccone, il concetto di sazietà è di per sé escluso. «Ecco che il desiderio non è né l’appetito della soddisfazione né la domanda d’amore, ma la differenza che risulta dalla sottrazione del primo alla seconda, il fenomeno stesso della loro scissione (Spaltung)». Ciò può condurre il soggetto a provare repulsione per ciò che invece placherebbe il suo palato, nel timore che quegli stessi alimenti siano nocivi, lo contaminino, o producano un aumento di peso.

Sto bene. Ho solo voglia di mettere in ordine. Fare ordine. I primi tempi davo di matto. Impiegavo ore per pulire il battiscopa, la vernice doveva essere bianchissima. Mi alzavo nel corso della notte per controllare tutti i rubinetti, stringendoli perché non gocciolassero. Lavavo e rilavavo i piatti. Le macchie di tè dalle tazze. Non volevo che nulla vi restasse attaccato. Buttavo giù in gran fretta i piatti che non fanno ingrassare. E mi chiedevo che sapore avesse quel bianco così liscio. Volevo che nulla vi restasse attaccato fino a che il bianco diventasse trasparenza e la trasparenza mi stringesse.



L’ultima edizione pubblicata nel 2013 del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder aumenta il numero di paragrafi dedicati ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, ampliando le sottocategorie diagnosticate. Sono otto. Anoressia e bulimia sono le affezioni cui è rivolta l’attenzione maggiore. L’obesità, invece, conserva il suo ruolo ancipite: esclusa dall’elenco degli elenchi, introduce la disamina dei disturbi alimentari prima del suo vero inizio – personificazione dei disturbi stessi, autrice, prologo. Allegoria e non simbolo. Perché mai sazia, perché non piena. «Un’ampia fascia di fattori genetici, psicologici, comportamentali e ambientali che variano tra i diversi individui contribuisce allo sviluppo dell’obesità, che dunque non va vagliata come disordine psichico. D’altra parte, sussistono solide associazioni tra l’obesità e una serie di disturbi mentali (tra cui il disturbo da alimentazione incontrollata, disordini depressivi e bipolari, schizofrenia). Gli effetti collaterali di alcuni farmaci psicotropi contribuiscono significativamente allo sviluppo dell’obesità e quest’ultima può risultare un fattore di rischio per l’insorgenza di certi disturbi mentali».



Non risposi quando cercò di parlarmi, ma presi avidamente il piatto che mi porgeva, mangiandolo in fretta. Mi piaceva allora digiunare, per compensare il tanto che avevo mangiato in quei giorni, a volte mi girava la testa di notte. Prendevo del pane dopo il lavoro, e le bucce di una mela. Nient’altro. Mi piaceva ascoltare lo stomaco farfugliare dalla fame, sapere che avevo fame e non ero piena. Soffrivo continuamente di emicrania. Mangiavo in modo irregolare. Temevo che inghiottendo, il cibo finisse nei polmoni, e non mi restasse che morire soffocata. Non credevo davvero a quanto ci insegnavano in biologia, di ossa e muscoli. Pensavo che tutto si sarebbe versato fuori. E sarei rimasta vuota.



Gustave Doré, illustrazioni a La vie de Gargantua et de Pantagruel di François Rabelais

Tutti i segni comunicano, anche senza che ci sia la volontà di comunicare. Ma cos’è un segno? Qualcosa che sta al posto di qualcos’altro, come il fumo, le rondini. Qualcosa che rimanda ad altro. I primi documenti scritti che affrontano la questione del segno sono parte del Corpus hippocraticum, una raccolta di circa settanta testi in greco antico, che analizza in modo specifico i temi della scienza medica (i principi ippocratici furono poi portati a Roma da Galeno e affiancati all’anatomo-fisiologia aristotelica). Nei testi ippocratici i segni costituiscono la base del metodo diagnostico, sono un segno rivelatore di qualcosa di nascosto. Permettono, insomma, il riconoscimento di ciò che accade e deve accadere. «Quanto al medico, mi sembra che la cosa migliore sia che pratichi la previsione, esponendo puntualmente quanto i malati tralasciano». Cosa capita, invece, nella clinica dell’anoressia? Perché si parla di una parola che si perde, che si svaluta? Se il segno richiede sempre un’interpretazione, e porta con sé un enigma da sciogliere – una domanda –, la medicalizzazione del corpo anoressico tramuta il sintomo in un segnale, comportando un ritorno a una clinica dello sguardo: «Il DSM introduce un silenzio psicopatologico perché il sintomo “alimentare” ha ora una dimensione segnaletica. La natura significante del sintomo, il suo valore “metaforico” come insegna l’isteria, si è degradato alla dimensione del fuori-linguaggio del segnale: l’ago della bilancia, la conta delle calorie, l’energia spesa nel lavoro, nello sport, sono questi i segni che si sostituiscono ai sintomi e che dicono di un corpo non più traversato dal linguaggio, di un corpo che ha fatto l’economia dell’Altro. […] È la stessa paziente a far silenzio, degradando la parola a segnale imperativo, evacuando così, nel valorizzare la coppia segnale/comportamento, non il cibo ma l’Altro».

Come è possibile che una funzione corporea tanto primaria come l’alimentazione sia distorta così marcatamente al servizio di esigenze non collegate con la nutrizione? Nel corso dei suoi studi Hilde Bruch afferma che l’ampio guardaroba dei disturbi della nutrizione vanno collegati con una percezione erronea della fame e degli altri bisogni fisici. La fame – e la capacità di distinguere lo stimolo di mangiare da altri segnali di malessere – non viene segnalata per mezzo di una coscienza innata, ma sarebbe l’esito di un processo di apprendimento nel campo dei rapporti interpersonali: «Pazienti le quali negano di avere mai fame percepiscono tuttavia le contrazioni gastriche, interpretandole però in modo abnorme. Donne obese, tenute a digiuno, non accusavano fame in presenza di contrazioni gastriche, a differenza delle donne non obese che dicevano di aver fame quando lo stomaco vuoto si contraeva e di non averne in assenza di contrazioni gastriche».

Da dove nasce la fame? Forse dallo stomaco o piuttosto dall’ipotalamo? O ancora dalla bocca, dagli occhi?



Decidere cosa mangiare era diventato impossibile. I movimenti così goffi e impacciati. Lenti per tenerli sotto controllo. Fissavo con attenzione la postura di chi sedeva a tavola con me, come si ritirassero e ingurgitassero tutto. Imitavo la scelta dei piatti. Imitavo la posizione delle dita intorno alla forchetta o al coltello. Disegnavo gli stessi angoli sul piatto. Un boccone dopo l’altro. I fianchi. Le spalle. L’addome. Una corrispondenza, un’aderenza precisa. Non sapremmo molto del nostro corpo se non lo muovessimo. Tutto questo richiede pazienza, attenzione, dedizione. Non riesco a tenere a mente l’immagine. Di solito abbasso lo sguardo, ma ogni volta l’immagine si ingrandisce. Cos’è che gli occhi falliscono nel vedere? Voglio solo essere lasciata in pace per far la fame a modo mio. E se lui non facesse lo stesso?



Tutta la salute dipende dal cibo. La perdita ponderale è causata dalla limitazione dell’apporto alimentare, ma può essere accelerata dal vomito volontario o dall’abuso di lassativi, capaci di provocare complicazioni metaboliche ed elettrolitiche. I pazienti evitano selettivamente i carboidrati. L’apporto di proteine, per quanto relativamente abbondante, è spesso carente. Molti dei sintomi somatici, tra cui la sensibilità al freddo, l’ipercheratosi e l’aumento della pelosità, sono considerate conseguenze della denutrizione. Anche il livello sierico del sodio può essere ridotto, con concomitante abbassamento dei livelli di cloro nel sangue e alcalosi. I molteplici meccanismi di perdite elettrolitiche determinano un ulteriore aggravamento della deplezione potassica.

Tutta la salute dipende dal cibo. Dalla capacità di fare di conto, di trasformare il pasto in cifra, calcolo. Tutto è contato. Il numero di passi, di grammi, di calorie. Lo sport. Il sesso. Tutto si iscrive in un bilancio precisissimo. Come nell’Ultima cena di Recalcati, per la logica anoressico-bulimica il problema della numerazione è tutto raccolto nell’intervallo tra lo zero e l’uno. Perché tra l’uno e il due, tra l’uno e il mille non c’è differenza: «una volta che si entra nel regime della numerazione si è destinati a perdere l’integrità dello zero. Il soggetto si trova esposto alla legge della ripetizione che, come tale, è sempre la perdita di godimento. Nella ripetizione ciò che si ripete è infatti l’infinitamente perduto. Superata la soglia dello zero l’anoressica tende logicamente a diventare bulimica».



Un rintocco nel campo visivo. Ho aperto quasi inavvertitamente. Senza attenzione. Pochi decimi. Di secondo. Leggo e mi accorgo di un nodo allo stomaco. Non so in quale ansa. Nemmeno da quanto. Si, lo stomaco non ha anse. E capisco che se la tua lettera è appena arrivata, sarà partita da poco e forse sei ancora lì, anche tu lì, e potresti avermi visto leggere. Ed io mi scosto con fare circospetto quanto imbarazzato. Per non tradirmi. Per non farmi vedere da te mentre ti leggo. Da non farmi vedere da te mentre ti osservo da quella finestra che mi hai indicato. Vorrei rispondere subito. Deve trascorrere qualche giorno. Semmai ho un po’ di timore ad alzare lo sguardo.



Molte religioni prescrivono riti di astinenza volontaria dal cibo per purificare il corpo e l’anima, ripongono un’attenzione particolare su cosa è lecito o non lecito mangiare. L'animo non deve essere turbato, nessuna cattiva parola deve sfuggire dalla bocca. L'autocontrollo del corpo come ausilio all'autocontrollo della mente. Questo desiderio di aderenza, di far sì che i margini combacino, affinché il corpo confessi – con il corpo, sul corpo – i suoi segreti. I soggetti anoressico-bulimici usano grande segretezza quando si cibano. Pur girando eternamente intorno al cibo col pensiero, la maggior parte di loro riesce a non mangiare attraverso un rigido controllo di sé. Altri, dopo qualche tempo, cominciano ad abbandonarsi a grandi abbuffate che alternano con giorni di digiuno. Il segreto appare così rinchiuso in un rituale sempre più preciso. Di passaggi, ritagli, quadrati ripiegati e messi ad asciugare. Sempre Amalia Mele: «L’anoressia e la bulimia sono difatti condizioni cliniche che si situano rispetto alla solitudine. La bulimica non è meno sola dell’anoressica solo perché mangia. La bulimia è un fenomeno solitario, ci si nasconde per mangiare. Per nascondersi bisogna essere soli, ma chi si nasconde presuppone lo sguardo dell’Altro».

Chi mangia non è più solo. E quanta solitudine desidero serbare per me.



Semmai ho un po’ di timore ad alzare lo sguardo, non mi domando nemmeno il perché. Ché se le mie scelte non ho potuto condividerle subito, di certo le ho capite. Qualcosa in più qualcosa in meno. Qualche ombra più scura, qualche soffio. Tu scrivi solchi. Certo. Ho scritto molto. Ho messo punti. Ho smesso di scrivere quando ero stanco di farlo. Ho più pazienza per le risposte che non ho e meno interesse per le domande. Leggo soprattutto poesia. Se soltanto vi fosse una medicina o del cibo da prendere in forma concentrata, per mantenere la vita più esile come quella di una vespa. L’unica cosa che desidero è di diventare sempre più sottile, che i pensieri si facciano più sottili. Così concentrati. Così radi. Non vedo nemmeno adesso perché dovrei mangiare.



«Oltre agli spettatori consueti e mutevoli c’erano anche dei guardiani fissi, scelti dal pubblico, che per una strana coincidenza erano di solito macellai e, sempre a tre per volta, avevano il compito di sorvegliare il digiunatore giorno e notte, perché, clandestinamente, non riuscisse a nutrirsi in qualche modo. […] Egli solo sapeva – e nessuno iniziato lo sospettava – quanto fosse facile il digiunare. Era la cosa più facile del mondo. Non lo nascondeva neanche, ma non gli si prestava fede». Bisogno, domanda, desiderio. L’artista di Kafka non mangia nulla. Ancora meglio, mangia il niente, scriverebbe Lacan. Cosa mi rifiuto di mangiare? Cosa mi rifiuto di pensare? Le domande conducono fuori strada, perché il niente non è l’assenza di qualcosa, il niente è un oggetto. E sebbene non coincida più con l’alimento, chiarisce come il desiderio non si possa schiacciare sul piano del bisogno. Di questo niente il bambino si serve per far dipendere i genitori da lui, ribaltando il rapporto di dipendenza iniziale. È possibile riconoscere un disturbo di fondo, un senso di inefficacia che pervade il soggetto, il timore di non mantenersi in contatto o di non essere padroni delle proprie sensazioni. Il controllo rigido del peso diventa la prova tangibile che almeno il corpo obbedisce.



Cose da non fare: Non mangiare troppo. Non bere troppo. 
Cose da fare: Ricorda i tuoi sogni. Ricorda te stesso. Ricordati di ricordare. 
La spazzola fa fatica e graffia le mani. La sabbia e il gesso non hanno avuto sorte migliore. Sembra non ci sia verso di pulire tutto per bene. Quando finisco da una parte, i segni rifioriscono subito da quell’altra. E devo ricominciare daccapo. Dopotutto sarò costretto a pagare per me con me stesso. «È così che è stabilito, il cuore va reso e il fegato va reso e ogni singolo dito. Non riesco a ricordare dove, quando e perché ho permesso che aprissero questo conto a mio nome. L'inventario è preciso, e a quanto pare ci toccherà restare con niente». Per ricominciare daccapo.



Il digiunatore viveva in una malinconia che «diveniva sempre più cupa perché nessuno riusciva a prenderla sul serio. E come, d’altronde, consolarlo? Che poteva ancora desiderare? E se per caso capitava una volta una persona di buon cuore, che lo compativa e gli voleva spiegare come quella malinconia probabilmente venisse dal digiuno, poteva anche accadere, specie quando il digiuno era già molto lungo, che il digiunatore rispondesse con un impeto di furore e, tra lo spavento di tutti, si mettesse a scuotere le sbarre della gabbia come una bestia». Cos’è questa malinconia che accompagna l’artista nella fame? Perché non sa staccarsene? Per Freud la melanconia è sempre connessa alla struttura del lutto, alla reazione di fronte alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto. In alcuni individui, invece, la stessa situazione produce melanconia. Anziché lutto.

Una perdita inconsapevole, uno scoramento profondo, poco interesse per il mondo esterno, l’avvilimento del sentimento del sé. Si perde la capacità di amare. «L’inibizione melanconica suscita in noi l’impressione di un enigma perché non riusciamo a vedere da cosa l’ammalato sia assorbito in maniera così totale». Dove sia l’enigma. La melanconia indica quindi l’inclinazione del soggetto a ripetere senza uscita il lavoro del lutto, Impoverito, svuotato. Nel melanconico vi è un bisogno assillante di comunicare, che trova soddisfacimento nel mettersi a nudo. Nel mostrare il fondo, fin dove l’occhio sa arrivare. C’è un enigma nella tua vita. Qual è? Ma un segno non rivela il segreto di ciò che mostra. Si tratta di un lavoro di riparazione, di ritagli, punteggiature. «Il digiunatore fu sotterrato insieme alla paglia. Nella gabbia fu messa poi una giovane pantera. E vedere nella gabbia sì a lungo deserta dimenarsi quella fiera fu un sollievo per tutti, anche per gli spettatori più ottusi. Non le mancava nulla. Il cibo che le piaceva, glielo portavano senza tante storie i guardiani; non sembrava neppure che la belva rimpiangesse la libertà; quel nobile corpo, perfetto e teso in ogni parte sin quasi a scoppiarne, pareva portare con sé anche la libertà; sembrava celarsi in qualche punto della dentatura; e la gioia di vivere emanava con tanta forza dalle fauci, che agli spettatori non era facile resistervi. Ma si dominavano, circondavano la gabbia e non volevano saperne di andar via».


Quando il fuoco brucia la collina, l’odore di cenere e legna resta nell’aria per giorni, i polmoni se ne fanno carico e ne conservano le tracce. L’aria bruciata sarà ossigeno. Così che la combustione e la memoria si alimentino e consumino l’un l’altra. Il fumo, le rondini. Qualcosa sta al posto di qualcos’altro. Metterli controluce è ingigantire quel segno.

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*DIEGO FERRANTE

Scrive di filosofia, cinema e teoria critica. Ha curato la traduzione dall’inglese di vari testi di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe; collabora con il portale online di Micromega Il rasoio di Occam. Si nutre di letture, di arte e foglie di tè. Talvolta ne legge il fondo. È tra i fondatori di zetaesse. Non sa far nodi, non sa scioglierli.

Academia.edu

@lanottecomeilricordo

Zetaesse

ISSN 2611-5433

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