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L’Ulisse sfinito di Alberto Savinio

di ANDREA AMOROSO


Il mito di Ulisse è uno dei poli d’immaginario più potenti del Mare Nostrum. Il mito è ciò che organizza la vita in un orizzonte di senso: l’uomo soffre di qualcosa e compito del mito è mettere un limite a questo abisso cosmico, organizzare la paura del dolore e della morte rendendola gestibile.

Per di più il mito nasce da una mancanza, da un taglio, da una deprivazione. È una privazione che avviene nella notte dei tempi, anzi, prima di ogni tempo, perché il tempo del mito è precisamente il tempo prima della storia. Urano, il dio pre-olimpico, impedisce ai propri figli avuti da Gaia di venire alla luce (pare per la loro “mostruosità”). È la stessa Gaia (o Gea) che costruirà una falce e inviterà i figli che Urano costringe nel suo ventre a vendicarsi; sarà, quindi Crono a evirare il padre Urano. Inizia allora il regno di Crono, ma anch’egli si rivarrà sui propri figli, nutrendosene, dal momento in cui Urano e Gaia gli hanno predetto che uno di loro lo spodesterà. Sarà poi Zeus, il futuro signore dell’Olimpo, a ribellarsi e a liberare dal ventre del padre i fratelli divorati e gli stessi Ciclopi che gli daranno in dono il tuono, il fulmine e il lampo.

Giulia Lama, Saturno che divora il figlio (disperso), 1740 circa

È da uno squarcio nel corpo vivo del mito che nasce la genealogia dei miti, di tutti gli dei e semidei dell’Olimpo; genealogie numerosissime, le cui ramificazioni spesso diventano molteplici e disordinate, i cui incroci spesso sono arbitrari e le filiazioni e le parentele a dir poco duplici. Se il mito si stabilizza, si codifica una volta per tutte, ecco che esso non ha più senso di essere, ecco che esso muore perché muore la sua capacità di moltiplicarsi, viene a mancare la sua modalità di accrescimento, viene preclusa la sua possibilità di partenogenesi. Se il mito è ciò che fa la realtà in un tempo in cui la filosofia ancora era di là da venire, ecco che però, quando il tempo della storia prende definitivamente il sopravvento, allora il mito si cristallizza e la filosofia ne prende il posto.

In un articolo apparso sul Corriere della Sera Savinio scrive:

La funzione più alta della filosofia, il suo più nobile compito, è di fare il mondo. Non di scoprirlo, non di studiarlo: di farlo. Si sottintende che il mondo, così com’è, non è un mondo fatto, non è un mondo decente.

E qualche riga più avanti continua scrivendo che tale compito è delicatissimo poiché delimitato da una regola rigorosa: non superare la frontiera dell’umano.

Una definizione che – anche seguendo i più accreditati studiosi di mitologia greca (Vernant, Kerenyi, Gras) – è praticamente la definizione del mito (creare il mondo, dargli un senso). Per Savinio la teodicea greca non ha nulla di teologico in senso stretto; quando gli dei sono tanti – scrive – non ci sono più dei. La Grecia presocratica sarà quindi per lui fondamentalmente laica, dato che la sua teologizzazione avviene da Socrate in poi, dall’invenzione della Coscienza e con il successivo processo di asianizzazione (intorno al IV sec. a. C., con Alessandro il Macedone), ossia di importazione di elementi monoteisti dall’Asia minore.

La “grecità” della Grecia finisce per opera di Socrate. Questi fa ai suoi concittadini due tristi doni: il dio unico e la coscienza, che sono in fondo una cosa sola.

Finisce in questo momento la felicità della Grecia antica, finiscono le umane utopie del mito, le sane e immaginifiche ricerche dei presocratici; potremmo dire che qui termina l’infanzia del mondo. È la fine dell’"amonoteismo”, l’inizio del tramonto dell’era dell’oro della Grecia antica, la fine di quel privilegio greco e di quella libertà di pensiero e d’azione che Savinio ricorderà nei suoi scritti più e più volte.

Liberalismo è Pericle che di nascosto apre il carcere di Anassagora, condannato a morte per aver espresso idee contrarie alla teologia di stato. Liberalismo è la Grecia libera e intelligente che respinge la Persia stupida e schiava (...). Liberalismo è un’arte libera come quella di Picasso, contro l’arte gretta di coloro che credono a un vero più vero di un altro vero. Liberalismo è l’arte senza generi, la politica senza partiti, il pensiero senza sistemi (…). Liberalismo è la poesia divinamente ambigua di Alceo, contro la poesia categorica, militarizzata e unisessuale di Carducci.

Ciò che manca alla letteratura nel Novecento è di dirci com’è il mondo, ma dirci com’è il mondo – per Savinio – è farcelo indovinare, farci credere in ciò che non è, dare realtà a ciò che non è. Nel momento in cui la letteratura risulta in grado di insegnarci qualcosa, allora quella soltanto è la cosa che esiste e che agisce; costruire un’immaginazione è costruire un mondo, metterlo in opera (farne un’opera) è tramandare quel mondo.

DA ULISSE A CAPITAN ULISSE

Capitan Ulisse viene scritto nel 1924 per la compagnia di Pirandello, ma sarà pubblicato in volume solo nel 1934 e finalmente messo in scena soltanto nel 1938.

Savinio con quest’opera vuole togliere Ulisse dal giogo del mito, ridargli quello che i millenni gli hanno tolto, ossia la possibilità di parlare direttamente all’uomo e dell’uomo, senza le mediazioni millenarie che l’hanno fatto diventare una cristallizzazione, un cliché, una vecchia cartolina alla quale si guarda con ammirazione ma che non ci parla più, il posto di vacanza dei nostri nonni che noi non visiteremmo mai se non per interposta persona, se non attraverso dei vecchi, ingialliti filmati d’epoca rovinati dal tempo.

Intorno ai poemi omerici si è formato, anche più spesso che intorno ad altri monumenti della poesia universale, quel rivestimento abbellitore che Stendhal chiama cristallizzazione. Molti che malgrado così frequenti e dure lezioni, professano ancora il culto del bello, mirano quello scintillante rivestimento con rispetto e ammirazione, né chiedono altro. Ma la superficie cristallizzata mi annoia; cerco perciò di aprirla e di guardare sotto. Curiosità infantile. Certuni dicono morbosa. Non è più morboso lasciarsi affascinare da una superficie lustra?

Nell’introduzione a Capitan Ulisse Savinio afferma che la qualifica di eroe ha nuociuto a Ulisse e che "al tempo in cui Ulisse era tra la gioventù e l’età matura, il valore di Eroe non superava quelle onorificenze che toccano d’ufficio a chi ha raggiunto la debita anzianità". Egli è per Savinio un Grande Infelice, dell’Eroe non ha l’intelligenza bovina e pura, sa essere sciocco per preservare la propria intelligenza, e poi è un Incompreso per eccesso di futilità. "Mentre l’Incompreso per eccesso di serietà prima o poi viene visitato dalla calca della folla, l’Incompreso per eccesso di futilità resta solo, nessuno riesce a spingersi così in là"; solo lui, Savinio, ha fatto il passo lungo e l’ha condotto in un luogo d’elezione, a teatro, là dove si dice la cosa come dovrebbe essere, dove si sciolgono i nodi della vita. Savinio vuole così dare una mano a colui che non riesce a morire: questo il bene che vuole fare all'uomo dalle molte vite.

Allora Ulisse dovrà diventare attore per diventare padrone della propria vita, perché egli "ha vissuto tutte le vite tranne la propria", ma da attore egli "può arrestare il proprio cuore a volontà. Riesce a mutare con lievissima contrazione il colore della pelle. Passa a scelta da uomo rosso a uomo turchino, giallo, verde e così via. Peli e unghie se li fa spuntare a vista d’occhio. Da uomo diventa donna e reciprocamente".

Alberto Savinio, Il riposo di Hermaphrodito, 1944-1945

Si riporta sulla terra, anzi sul palcoscenico, il Capitan Ulisse. I costumi sono tutti da dramma borghese ottocentesco: Ulisse è un capitano di marina con calzoni di tela bianca, scarpe nere, giacca blu scura a doppio petto, cravatta nera, berretto piatto con piccola àncora nel mezzo. Tre filoni d’oro intorno al berretto, tre galloni pure d’oro al limitare delle maniche. Bruno, viso pallido, occhi celesti: il destro vivace e spalancato, l’altro sognatore e socchiuso. Ulisse rimanda a qualche personaggio di Jules Verne, trasportato dall’Ottocento ai nostri giorni. Circe ha una veste a tunica, Calipso è in vestaglia, Penelope ha un abito da casa, poi abito da sera, scollato. Minerva indossa un ampio mantello lungo. Telemaco ha una eton-jacket, una specie di piccolo smoking che dietro finisce a punta, o è in camicia e calzoni, poi in frac. I marinai vestiti come i nostri marinai da guerra. Mercurio da aviatore, con casacca di cuoio e elmo di cuoio. Eumeo, panciotto con maniche a righe, calzoni neri. All’ultimo può indossare la livrea. Le ancelle di Penelope hanno abiti dell’epoca, Savinio indica addirittura le marche di case di sartoria.

Perché questa mescolanza di epoche e costumi diversi? Con il riferimento a Verne è facile comprendere che Savinio voglia restituire Ulisse alla sfera dell’avventuroso e togliergli l’immagine di marito e Eroe infedele per Necessità che però obbedisce ciecamente – ottusamente – al Nostos e rincasa rassegnato e sconfitto (se il viaggio di Savinio è continuo viaggio della mente, l’ultimo viaggio non può evidentemente darsi se non come sconfitta dell’immaginazione). È ovvio che si sta qui parlando di un viaggio che non è più quello dell’eroe greco, ma un viaggio interiore tutto novecentesco, nel quale quasi non si dà movimento, nel quale il mare è diventato di carta e i paesaggi sono diventati quadri teatrali. Siamo qui in una sorta di vaudeville dell’eroico: la ripresa del mito non può non contenere la cattiva digestione del mito stesso.

In secondo luogo, la mescolanza ci fa capire che non si vuole restituire Ulisse a un realismo da dramma borghese, ma che si vuol togliere Ulisse dal tempo mitico per restituirlo a un tempo umano che può essere qualsiasi tempo moderno, alcune pose da dramma borghese servono a Savinio per adoperare quella doppia giravolta e sovvertire anche quel tipo di rappresentazione, così come Pirandello si serve del dramma borghese dei Sei personaggi come pretesto per sfondare la quarta parete teatrale.

È appunto una cornice pirandelliana in piena regola, tanto che il dramma si apre con Euriloco che si rivolge a uno spettatore, chiacchiera con lui e gli confida la preoccupazione per il suo capitano:


“Ulisse non è più Ulisse. Ulisse è un desiderio, una nostalgia vagante. Lei, faccia conto, piglia un desiderio, lo veste da capitano di marina e lo mette in un angolo: si muove più? Vuole? Intraprende qualcosa?... No: desidera, sogna, anela. Ora, lei sa bene che il desiderio si rinutre da sé, si feconda da sé come certi molluschi. Quando il desiderio si radica così forte in un uomo, costui non pensa più a convertirlo in realtà. Anzi! Teme, attuandolo, di guastarlo, di vederlo sfumare. Le dirò: a costringere Ulisse a tornare in patria, gli si renderebbe un pessimo servizio”.

Persino il mare che circonda l’isola di Circe è segnato da questo immobilismo ferale.

Non più avversario, ma alleato fedelissimo della terra. Implicati entrambi nella stessa subdola complicità. Un mare senza volontà, senza individualità – si figuri, lui, l’individualista per eccellenza! Un mare emanazione della terra. La terra che muta sostanza e si prolunga.

Un mare alleato è un mare che annoia, e Ulisse è preda di questa noia, è un inetto novecentesco, senza speranza, ché proprio la speranza cieca (da stolto incarnatore di un mito, di un eroe) l’ha ridotto in quello stato, senza più passioni. Sembra quasi un personaggio di Moravia, non sa se vuole restare o partire, si risolve a decidere ma tentenna, cerca il sostegno dei suoi in un patetico tentativo di riscatto, riscatto mal riuscito, sterile e incompiuto – in tutto e per tutto novecentesco, appunto.

Circe è una maliarda dannunziana, svagata ed esageratamente teatrale, una Eleonora Duse, per intenderci. Ulisse da Circe è il tirocinio dannunziano di un uomo di costumi semplici e buoni, scrive infatti Savinio.

Calipso, esatta replica di Circe, interpreta la madre tenera e accudente, "la poltrona Frau dell’amore, una trattoria dove si mangia alla casalinga".

ULISSE (come dormiente risvegliato) - Voce inopportuna! Ha spazzato via ogni cosa, come vento infuocato! Vuoto!... vuoto!.. Nulla!... Solo!... di nuovo solo!

(…) Non mi resta altro manto da coprirmi se non la sola tunica dell’infelicità.

CALIPSO - civettone! Ti compiaci della tua infelicità come la cortigiana della sua bellezza, il milionario dei suoi milioni.

ULISSE - perché non mi lasciasti morire? (…) tiri pugni a un’ombra. Sono stanco, sfinito. Il mio coraggio è inerte.. una sola cosa chiedo, la pace la solitudine: lasciatemi ai miei pensieri! (…) non penso più. La pratica costante del pensare ha fatto sì che la mia vita è tutta pensiero, e il mio pensiero vita.

Un sospiroso, molle, contraddittorio, Ulisse, un po’ decadente e un inetto, un po’ afflitto dal male di vivere e un po’ malato di dannunzianesimo.

Ulisse torna, ma perché torna? Perché vuole tornare, perché vuole essere felice? Perché immagina di ristabilire la propria integrità morale e fisica grazie alla vicinanza della consorte? Per formare una famiglia felice e sfuggire a qualsiasi tentazione di sorta?

"Penelope è sinonimo di orinale. (…) La stessa parola associa la più domestica delle suppellettili alla più domestica delle donne".

A Itaca:

ULISSE (trasognato) - io sono Ulisse?... allora i miei occhi non sono gli occhi di Ulisse… allora i miei occhi non rispecchiano più se non quello che la mente vorrebbe vedere..

Ulisse è lì, Penelope non lo riconosce, poi si ravvede… ma di che parla? Perché l’ha riconosciuto?

ULISSE - I ricordi… la vita domestica, il letto coniugale, o miseria! Penelope mi avrebbe riconosciuto per segni misteriosi, per indizi sottilissimi…


John William Waterhouse, Ulisse e le sirene, 1891

L’orinale Penelope è come tutte le altre, una sciocca e costumata promessa mantenuta, un negozietto di vecchie cianfrusaglie dove ognuno può comprare, basta avere la moneta corrente, la parola giusta, il tranello del letto o qualsiasi altra baggianata di questo mondo. Ma Ulisse ormai non s’accontenta del suo mondo, ha dovuto scardinare il suo cielo, il suo collegio di divinità per cercarne un’altra, per cercare una sublime comunione (i segni misteriosi) che la povera Penelope, mitica com’è, non può dargli. Accade allora che Ulisse possa morire, ossia divenire mortale, cercare il proprio sublime da sé, la propria sovrarealtà ora che il suo copione è stato stracciato. Accade così quello che Heidegger nel 1950 nel saggio Das Ding chiamava la Geviert, la quadratura, quando al centro delle riflessioni egli pone una brocca di terracotta, brocca che «serve da pretesto per parlarci del senso della vicinanza, del modo in cui umani e divini da un lato, cielo e terra dall’altro formino una quadratura (Geviert) che racchiude il senso dell’essere. Il punto rilevante è che, per capire il senso di questa quadratura, si deve passare per la brocca – ovvero si deve fare esperienza della sua cosalità, del suo essere lì non solo per raccogliere l’acqua o il vino, ma anche per presentificare il concreto manifestarsi del mondo» (Giovanni Leghissa, Ospiti di un mondo di cose. Per un rapporto postumano con la materialità, in aut aut, n. 361).

Per dirlo in altro modo, si tratta di strappare l’esistenza ai codici, alla riconoscibilità, all’identità, alla stolida ventura di un tempo che non smette di imprigionarci e andare fuori di noi: questo è ciò che la letteratura ci consente di fare. Recuperare questo potere del mito vuol dire allora renderlo vivo, concreto e immaginario insieme.

I CORSIVI SONO TRATTI DALLE SEGUENTI OPERE DI ALBERTO SAVINIO

Hermaphrodito, Firenze : Libreria della Voce, 1918; Milano : Garzanti, 1947; Torino : Einaudi, 1974;

Capitan Ulisse, Roma : Novissima, 1934; Milano : Adelphi, 1989

Narrate, uomini, la vostra storia, Milano : Bompiani, 1942; Milano : Adelphi, 1984

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*ANDREA AMOROSO

Si occupa di letteratura italiana del Novecento, ma non solo. È uno dei sei fondatori di zetaesse. È una persona qualunque.

Academia.edu

Zetaesse

ISSN 2611-5433

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