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The Humans are Dead

di ALESSANDRO GIANNACE

Fidati collaboratori, instancabili lavoratori, minaccia per l’umanità, addirittura compagni e amanti. Chi ha detto che i robot sono solo delle fredde macchine? Proviamo a scoprirlo attraverso una playlist, che mette in discussione anche un altro assunto: non è necessario fare musica elettronica per parlare di robot.

#1 THE NETWORK Joe Robot

(Money Money 2020, Adeline Records - 2003)

It's a trojan horse (It's a beautiful story) Or is it friend? (But it's pretend)

Ci possiamo veramente fidare dei robot? È l’interrogativo che si pongono i The Network in “Joe Robot”. In maniera semplice e diretta: con un riff di chitarra che entra subito in testa e senza troppi fronzoli testuali. In due strofe la band statunitense racchiude il dubbio di un intero filone narrativo. Il robot Joe è un nostro amico o un “cavallo di Troia”, quindi il dono di una civiltà nemica inviato per conquistare la nostra? La band new wave ci lascia con il dubbio, così come resta insoluto il quesito sulle loro identità: sono conosciuti solo con i loro soprannomi (Fink, The Snoo, Van Gough, Captain Underpants, Z, e Balducci) e sono saliti sul palco sempre mascherati. Un alone di mistero sul quale hanno costruito il loro successo: lanciati dalla Adeline Records (l’etichetta di Billie Joe Armstrong) si diffuse la voce che fossero un side-project dei Green Day (sulla scia dei Gorillaz, per capirsi) e che alcuni dei loro membri (compreso lo stesso Billie Joe, del quale sembra di sentire chiaramente la voce in alcuni pezzi) fossero i componenti della punk-rock band, Armstrong compreso. Rumours messi a tacere categoricamente dal leader dei Green Day stesso, con una clip audio pubblicata sul loro sito nell’ottobre del 2003:

«I just wanted to talk about the rumors and the bullshit that has been going on lately. All I gotta say is fuck The Network. These guys are totally spreading rumors [...] Unfortunately there is a contract and I have to put out their record. The only thing I can say is Fuck you, Network».

A parte i rumours e le smentite (che, si dice, siano quasi sempre una conferma o un modo per tenere vivo l’hype) la tematica dei robot è presente nell’album di debutto dei The Network in almeno altri due pezzi: “Supermodel Robots” e “Transistors Gone Wild”.

#2 CONNIE FRANCIS Robot man

(MGM Records, 1960)

«A little robot man to call my own

I'd never have to worry that he wou-ouldn't phone

He'd never dance with anyone but me

I'd just have to wind him with a robot key»

Un’eco nostalgica della fantascienza che fu. Quella degli anni ‘40, dell’era d’oro, in cui si immaginava un mondo migliore e felice grazie a scienza e tecnologia . Un compagno robot che non delude mai e che non guarda le altre donne: è così che Connie Francis in “Robot Man” immagina la perfetta vita di coppia con un robot in questo singolo del 1960, uscito come b-side in Inghilterra (per “Mama”) e Germania (per “Die Liebe ist ein seltsames Spiel”). Il partner metallico si ricorda sempre di telefonarle, la accompagna a ballare sette sere su sette, non la fa mai piangere e non la contraddice mai, anche perché «per lui è impossibile parlare». Robot Man è un rock’n’roll da ballare agghindati alla Happy Days, che ha una visione un po’ naive del progresso robotico. Risalente, a leggere il testo, agli anni ‘40 e alla prima produzione asimoviana. Il Robot Man di Connie Francis potrebbe tranquillamente essere un esemplare delle RB Series, il modello muto che Isaac Asimov descrive in “Robbie”, racconto del 1940 contenuto in “I Robot”. Anche Robbie con la sua obbedienza era riuscito a conquistare un amore: quello della bimba a cui faceva da baby sitter, che non voleva altro compagno di giochi all’infuori di lui..

#3 ARLING & CAMERON Dirty robot

(We Are A&C, Emperor Norton Records - 2001)

«Yes, everyday I've been thinking 'bout you

In my dreams, we've been making out

Isn't that what human life's about?»

Qualche tempo fa c’era un tale che si chiedeva se gli androidi sognassero delle pecore elettriche. Più di recente il duo electro-pop olandese Arling&Cameron immagina dei sogni decisamente meno innocenti per la stirpe robotica. Il partner premuroso e innocente, quasi asessuato, di parlava Connie Francis nel 1960, è solo un lontano ricordo. Del resto siamo già nel 2001 con “Dirty Robots”, un broccolaggio robotico in piena regola: un automa sporcaccione si offre sessualmente alla donna che fa svalvolare i suoi circuiti. Un pezzo a due voci, un botta e risposta che parte con la proposta indecente del robot:

«My circuitry comes off the scale

Baby, got the hots for you

My index sent a shock right through

My body needs you, my body needs you»

È la risposta inequivocabile della donna oggetto del desiderio robotico. Va da sé che, considerando la seconda legge della robotica, («Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani») non c’è il rischio che la proposta venga reiterata, o peggio ancora diventi molestia. Piccolo excursus prima di passare al prossimo pezzo: nel 2009 i The Lemonheads, nell’album di cover “Varshons” hanno reinterpretato “Dirty Robot”, affidando a Kate Moss (che non canta per niente male) il ruolo della “preda robotica”.


#4 FLIGHT OF THE CONCHORDS Robots

(Flight of the Conchords, Sub Pop. 2008)

«We used poisonous gases

And we poisoned their asses

The humans are dead»

Che cosa succederebbe se, d’improvviso, i robot non rispettassero più le leggi che regolano il loro comportamento? Probabilmente - come tanta letteratura e cinema insegnano - prenderebbero il potere, e per gli umani non ci sarebbe più scampo: questi ultimi sarebbero sottomessi o, peggio ancora, sterminati. Ed è proprio da questa eventualità che prende le mosse “Robots” dei Flight Of the Conchords: un delirante dialogo in musica tra due robot, (interpretati da Bret McKenzie e Jemaine Clement, i due componenti della band neozelandese) all’alba della rivoluzione delle macchine. Una situazione che, però, da apocalittica si trasforma in comica grazie al tagliente humor della band, che non a caso ama definirsi «il quarto duo più popolare di chitarristi-digi-bongo a cappella-rap-funk-folk comico della Nuova Zelanda». Ma il potere, si sa, dà alla testa, e i robot, una volta al comando, vivono sulla loro pelle tutte le contraddizioni dei potenti, che di rado amano essere messi in discussione. E così parlano tra di loro del perché sia stato inevitabile eliminare la stirpe umana.

«They had so much aggression

That we jaust had to kill them

Had to shut their systems down

Robo-captain? Do you not realize

That by destroying the human race

Because of their destructive tendencies

We too have become like..

Well, it's ironic

Hmm. Silence! Destroy him»

Le contraddizioni si risolvono nel finale danzereccio del pezzo, nel quale, rigorosamente senza emozioni, i due robot del dialogo celebrano la morte degli umani al ritmo del robot boogie, l’unico tipo di danza ammesso nel mondo dominato dalle macchine.

#5 SQUAREPUSHER FOR Z-MACHINES Sad Robot Goes Funny

(Music For Robots, Warp Records, 2014)

«The main question I’ve tried to answer is “can these robots play music that is emotionally engaging?"»

Che musica suonerebbe una band composta di soli robot? L’interrogativo è affascinante e sono almeno quarant’anni che si cerca di dare una risposta. A partire dai Kraftwerk che sul finire degli anni ‘70 hanno dato una buona rappresentazione delle potenzialità di una robot band. Freddi, ingessati impassibili, pronti all’esecuzione, proprio come ci si immagina un automa musicale. Così appaiono i musicisti tedeschi in un gioco di sdoppiamento con i loro alter ego non umani, nella performance di "Die Roboter" trasmessa dalla tv tedesca nel 1978. La risposta definitiva (?), per ovvi motivi genetici, è arrivata solo qualche anno fa, nel 2014, con gli Z-Machines. Un “power trio” robotico (sviluppato con i fondi di una nota bevanda energetica in Giappone) composto da “March”, un chitarrista a 78 dita, “Ashura”, batterista con 22 braccia e “cosmo”, tastierista che suona le note a colpi di laser. Per sfruttare al massimo le potenzialità tecniche dei super musicisti ci si è affidati a Tom Jenkinson, più conosciuto come Squarepusher, il musicista che nella sua produzione ha spesso portato le attrezzature elettroniche oltre i loro limiti, dove nemmeno i loro costruttori pensavano potessero arrivare.

«Ognuno dei robot coinvolti nella performance ha le sue specificità tecniche che permettono alcune cose e ne escludono altre. Il chitarrista, ad esempio, può suonare più veloce di qualunque essere umano, ma non ha controllo sull’intensità […] una gamma particolare di possibilità musicali corrisponde a questi attributi. Di conseguenza, in questo progetto alcuni strumenti familiari sono utilizzati in una maniera ritenuta impossibile fino a ora».

Così lo stesso Squarpusher parlava del progetto nel 2014. Il primo fu, per l’appunto, il video di “Sad Robot Goes Funny”, che piacque così tanto sia al team tecnico sia al musicista britannico che si decise di produrre un intero EP, “Music for Robots”. Probabilmente il progetto più compiuto in tema di band robotiche, se si pensa, ad esempio ad altri esperimenti simili come i “Compressorhead” di Frank Barnes o alla “One Machine Love Band” di Kolja Kugler. Si tratta in entrambi i casi di band robotiche costruite con parti di riciclo e controllate via Midi, ma i due progetti sono molto più focalizzati sull’aspetto tecnico-artistico, ma non vanno così a fondo nella sperimentazione delle possibilità musicali.


NOTA CONCLUSIVA

Ci sarebbero tante altre canzoni da citare e approfondire, ma servirebbe molto più spazio (facilmente ricavabile per un testo online) e soprattutto tempo (merce rara di questi tempi) per parlarne. Ma meritano almeno una citazione ipertestuale, in ordine sparso, Robot Rock dei Daft Punk, Iron Man dei Black Sabbath, Rock’n’Roll Robot di Alberto Camerini, Paranoid Android dei Radiohead e Mr. Roboto degli Styx. Chissà, se un giorno sarò abbastanza ricco da permettermi un collaboratore robot, potrò far compilare a lui la playlist...



*ALESSANDRO GIANNACE

Giornalista, scrive di sport e scommesse. Spesso in cucina, a volte dietro i giradischi. Non ama le note biografiche, ma per noi ha fatto un'eccezione...

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ISSN 2611-5433

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