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How-to: sciogliere i nodi

di SARA CASERTANO


Seok Cheol Ji, "Time, Memory and Existence" (2007)

La sera del 27 gennaio 2018 mi sono interrogata sulla natura del ricordare e del dimenticare. Mi era appena stato chiesto di cancellare una fetta considerevole di dati dall’archivio personale che resta perennemente celato e vigile dietro la mia fronte. Si presentava come la richiesta di un’operazione improvvisa, di cui, su due piedi, non capivo la ragione e non sposavo la necessità, pur cominciando ad avvertire in lontananza l’incedere di un retrogusto amaro e acidulo, che piano piano risaliva e spingeva per essere rigettato fuori. Scordare, lasciar andare, togliere. Less is more. Liberarsi del superfluo e anche di più. Spogliarsi e buttare al secchio i panni vecchi. Bruciare la città e spargere sale. Un taglio nuovo di capelli. Affidare all’oblio. Togliere.

Esistono molti trucchetti efficaci per ricordare, molti meno per dimenticare. Un tempo le persone usavano fare dei nodi intorno alle dita per ricordarsi di qualcosa. Si affidavano a una mnemotecnica elementare: faccio qualcosa come rimando a qualcos’altro. Le parole stesse non sono altro che un fatto di memoria: segnali di un indefinito gioco di rimandi. Ogni linguaggio è un tessuto di ricordi: ogni parola è un nodo dell’ordito. I nodi compongono la trama, interrompono il filo dritto, lo legano ad altri fili: il flusso conosce delle pause, i nodi inducono all’indugio, ogni ricordo è una dolce esitazione. E per dimenticare, invece, che bisogna fare? Per dimenticare il suo domestico, Kant scrisse un promemoria: “Ora il nome di Lampe va assolutamente dimenticato”. Pretendeva da se stesso un paradosso: ricordarsi di dimenticare. Senza contare, poi, che esiste una memoria involontaria del tutto indipendente dal nostro controllo. Se ci guardiamo intorno, le cose sono piene dei nodi che non abbiamo mai stretto e che pur portano la nostra impronta. Sono le cose che pensano: hanno sentimento, serbano il ricordo, rimpiangono e prolungano ciò che ora è assente. Questi nodi involontari sono ovunque: nei distributori di benzina, nelle stazioni dei treni, in Emil Cioran o in Raffaello Sanzio, nei crostini di pane croccante, in Egitto o a Parigi in primavera, nelle case di vetro, nel reflusso gastrico, nell’odore d’erba, nei coni arancioni per strada, sul parquet, negli alveari, nell’estate o nel latte di soia Alpro.

Se ogni gesto è un rimando, allora per riuscire a dimenticare si dovrebbe evitare ogni mossa, ma l’ascesi è una chimera. La scienza ci insegna che nulla si distrugge, ma si può opporre una forza contraria. La logica proporzione reciterebbe, allora: annodare-sta-a-ricordare-come-sciogliere-sta-a-dimenticare. Ma come si sciolgono i nodi? Non ho mai odiato nulla come lavarmi i capelli da piccola. Avevo i capelli lunghi e nessuna voglia di curarli. Arrivavo, così, al giorno dello shampoo con una collezione di nodi difficili da districare. Non dovevo farlo da sola, il problema era scaricato a mia madre, che armata di pazienza e pettinino si dava da fare ogni volta. Nonostante la premura materna, togliere via i nodi dai capelli era tutt’altro che piacevole. Consapevole del supplizio, cominciavo a piangere prima ancora di sottopormici, tentando fughe disperate, ma che mai avrebbero potuto sottrarmici. Mia madre escogitò, allora, un palliativo per distrarmi, fatto di shampoo alla camomilla Schultz e racconti della sua infanzia: scioglieva i miei nodi con altri nodi, rammentando quelli della sua memoria. Come un filo di miele sul bordo del bicchiere da cui bisogna bere la medicina amara, i ricordi di mia madre agivano perché io potessi dimenticare il patimento che provavo.

Ogni dimenticanza è il rovescio di una ricordanza. Sciogliere i nodi può significare, al massimo, farne degli altri, in un susseguirsi di distrazioni, più che di tentativi mirati di rimpiazzare i vecchi coi nuovi. “Che senso ha dimenticare / se poi alla fine si muore?”, recita un verso di Iosif Brodskij, ribaltando la vanità solitamente attribuita alla memoria. Tutti i nostri sforzi per dimenticare sono insensati quanto quelli fatti per ricordare, in vista dell’oblio totale che ci attende. Non c’è nell’evocazione di questo destino tragico, la volontà di creare allarmismi o fregiarmi di un tono apocalittico, acuendo un’angoscia già nota, ma piuttosto un invito a vivere con leggerezza: ogni cosa va accolta e trattenuta con nodi, troppo tesi o troppo allentati, ma pur sempre leggeri. Ci sarà tempo per dimenticare tutto, quando il tempo non ci sarà più, e ogni nodo, che a fatica abbiamo mantenuto saldo o cercato di scardinare invano, rivelerà la sua natura fumosa: si scioglierà con un soffio.


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*SARA CASERTANO

Nata nel 1992, mi laureo (recidivamente) in Filosofia e ora sono (colpevolmente) disoccupata. Mi interesso di estetica, di letteratura e di persone. Diffido da chi dice di non avere il televisore a casa. Ho un blog, dove pubblico perlopiù long form: attaccabraghe.wordpress.com

Zetaesse

ISSN 2611-5433

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