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Quel battito d'ali

di GIUSEPPE A. SAMONÀ


Una volta, mentre stavo per nascere, mio fratello mi ha morso. Per giocare, intendiamoci, come fanno i fratelli. Ma forse c’era anche un po’ di disperazione, e di rabbia, o paura, non so. Fatto sta che i suoi denti hanno attraversato l’utero che avrebbe voluto proteggermi, si sono infissi nella mia carne, e la sua saliva si è mischiata con il mio sangue. Fu il contagio. Ora anche tu, mi disse mia madre mentre nascevo, avrai terrore delle api. Dovettero passare molti anni, dovevo tornare dentro il mio cuore, nell’isola che ci ha visto tutti insieme nascere, e morire, perché quel terrore, di cui ho ricordo da sempre, riaprisse la ferita che l’aveva originato, facendosi di nuovo carne, dolore, sangue.

Sì, siamo nati da lì, e sorridevamo, danzando, abbiamo sorriso per più di mille anni. Non c’era guerra, la morte bussava affettuosa alla porta. Sapevamo, allora, che eravamo destinati a non esser per sempre? Che un semplice battito d’ali, neanche il tempo d’un soffio, sarebbe bastato a trasformare la danza in battaglia?

La terra ha tremato, laggiù, il cielo si è annerito di cenere, il mare si è alzato. Non più prìncipi, indifesi, abbiamo visto arrivare minacciosi battelli, il clamore delle spade ha soffocato il suono dei flauti. Noi, siamo diventati gli altri, abbiamo combattuto intorno a un tempio, espugnato e raso al suolo città. L’ira ha scacciato il sorriso – l’Ira, divina: noi obbligati a rinascere altrove, cominciava la nostra storia…

Questo sento mentre osservo l’impronta dei miei piedi sulla sabbia sparire nella carezza dell'onda: i ciottoli sotto l’acqua, ancora caldi, dicono che siamo, ancora, dentro lo stesso soffio. Un soffio, un battito d’ali… La nostra storia, la vita, sarebbe stata diversa, sarebbe sfuggita alle glorie degli dèi e dell’arte, che si nutrono di morte violenta.

Oggi, non avremmo paura.

Perché le api sono le stesse di allora, come lo stesso è il sole, il miele, ed è magia dorata: ma siamo, irrimediabilmente, cambiati noi. Oggi, noi, abbiamo paura.

Quel venticello è il respiro della montagna. Mitiga la calura, esalta lo spazio. Insieme, immobili - il venticello, la montagna, la calura -, non conoscono un prima, né un poi: semplicemente, sono. Come lo spazio, tutt’intorno; e più lontano, tutt’intorno, il mare. Mentre le cicale, ritmando il tempo, lo annullano, abituano al silenzio. Sopra la mia testa c’è sempre il sole, potente. Stordito, ero sprofondato lentamente, scivolando lungo la fatica, per salire il sentiero, ebbro di sogni e di morte. Viaggiare, nello spazio, nel tempo, per ritrovarmi d’improvviso fra quelle pietre delicate, che erano - e sono - mura, aggrovigliato disegno di corridoi. Nascondono ancora il custode? (Perdersi in quei meandri è inevitabile, e tiepido) Potrebbe di nuovo saltar fuori, gentile come le pietre di cui è il centro – non capisce di lotta, o di armi, solo vuole giocare. Come sarebbe mai possibile perdersi nel timore di quel perdersi? (Non io sono che passeggio fra quelle pietre, ma le pietre intorno a me, che immobile mi ritrovo). Dissero dopo che stava come in agguato, che uccideva per vivere. È falso: lo dissero per giustificare la sua morte violenta. Lui era solo, e voleva solo giocare: loro erano un esercito, non sapevano di giochi, ma di armi, venivano da roccaforti gloriose, per acquistare, uccidendo, nuova gloria, e cominciare la nostra irosa avventura.

Così, aspetto, spio l’orizzonte, non si vedono i battelli, gli eroi. Pure, so che arriveranno - ma non quando - perché so, avendole amate, che le loro maestose roccaforti sono austere, cupe, inespugnabili, hanno forgiato guerrieri di bronzo.

Qui invece tutto è lieve, sorridente. Il venticello, respiro della montagna, mitiga il sole, carezza le mura spensierate e incoscienti del Palazzo, che sì è anch’esso maestoso, ma come per gioco, l’aria lo penetra da tutte le parti – come nell’aria, e per gioco, dolcemente, ospita pugili che lottano volteggiando, musicisti, e un mostro buono che non conosce la malattia. È il custode – ma anche il custodito… Non sa difendersi, non ne ha bisogno – mentre, lui come me passeggiando immobile (io però so, lui no), la terra si prepara a tremare, e già, al di là dell’azzurro infinito, si meditano eventi tremendi. Arcigne roccaforti subito dopo si getteranno in mare, le vedremo spuntare all’orizzonte. Dovremmo per questo smettere di cullarci, adesso, nel sorriso ignorante e rosato? Festo, che mi accoglie in un torrido pomeriggio d’agosto, non sa di Pylos, né di Argo e Micene.

Prima salivo al cielo, pavido, ora ne scendo, e niente è più come prima: fra quelle pietre che mi passeggiavano intorno mi ha posseduto del suo sguardo la scimmia blù. Io per lei sciolto, non più alieno, né lei – e, girando vorticosamente in una pioggia di scritture antiche, onda fra onde, mi ha sospeso nel tempo. Un attimo prima, prima di prima: prima che cominciassimo, che cominciassi a esistere. Per quell’attimo, piuma, come se il mio corpo senz’ali potesse attraversare il cielo, perdo di vista il mare (sono tranquillo, non in quest’attimo arriveranno le navi…).

Un attimo è un attimo, anche se dura mill’anni. Basta perché il corpo si faccia leggero, come se, pur senz’ali, potesse volare. Ed io, volando, ho incontrato due giovani atleti, i cui pugni eran gentili, carezze. Un pescatore che tornava dal mare, le mani cariche di pesci gialli e turchesi. E poi, soprattutto, le api. Api amiche, volanti, eteree pur nel corpo grassoccio, due anche loro, coppia dai riflessi d’oro e d’argento, mi accompagnano, mi sfiorano le orecchie, bisbigliano: Non avere paura. Come per scherzo: perché la paura è un ricordo lontano, anzi no, è il ricordo di un altro, l’altro, un racconto, qualcosa che so, proprio perché quell’altro, l’alieno, me l’ha confessata – ascolto, sorrido, ma non mi appartiene. Le api, mi appartengono, la loro dolcezza, la nostra. Con loro ho smesso di spiare il mare, aspettando, e ho scordato – perché senza paura si scorda. Come se i battelli dovessero non arrivare mai più. E sono passato all’interno, di grotta in grotta, attraverso gole scoscese che solo le aquile potrebbero attraversarle, diresti: ma io le ho attraversate. Senza paura. Volando. Per ritrovarmi dall’altra parte, con il mare ai miei piedi, di nuovo, che sentivano il tepore dei ciottoli. (Ma avevo scordato che quel tepore nascondeva il battito d’ali che stava per cambiare il corso di tutte le vite). Ho potuto nuotare lungo la costa, di villaggio in villaggio, osservando le case bianche, per uscire ogni tanto dall’acqua e restare a dondolare sulla riva. Tutto dentro un attimo, come se quell’attimo, prima della tragedia - che è la vita vera, e non poteva, vulcano, che esplodere -, fosse tutta la mia vita, e non un sogno. Non avrò più paura. Ma un attimo è un attimo, anche se dura mill’anni.

Sempre incosciente, spensierato, senza memoria. Pazzo! ché il venticello è caduto, la calura si è fatta insopportabile, e assente è la montagna – avrei dovuto capire. (Il piazzale era deserto, infuocato). Lendos è isolata dal brusìo delle folle, solo un autobus alla settimana per Heraklion, da cui si parte. Ed io l’ho perso, attendo ignaro, a torso nudo (il caldo...), che una macchina mi carichi, per poi via, al di là del mare… Non è questo un segno? Ma io che sto per partire ho spostato i miei piedi meccanicamente, da automa, e dietro, la testa, sempre incosciente, spensierato, senza memoria: come se, pur in partenza, io fossi ancora lì, mille e mille anni prima, con tutta la mia vita. Per sempre. (Il piazzale era deserto, infuocato).

L’imprevisto, che è tale solo per chi lo subisce, può sconvolgere l’esistere di una civiltà, come quello di un uomo. Un terremoto, la lava, la malattia, che stavano in agguato da mille ma silenziosi anni. L’imprevisto, che è la storia di un attimo, e in un attimo - un battito d’ali - può rivelare che l’attimo che lo precedeva altro non era che un attimo, tanto più fragile, effimero, in quanto eterno. L’eternità di mille anni, ma ridanciani, chiassosi, un attimo, dissolta da un battito d’ali. Un battito d’ali, esplode il vulcano, la terra trema.

Un battito d’ali, l’ape arriva. Bzzz.

Un attimo, ed è di nuovo paura. Quel terrore che viene da lontano.

Mi avvito su me stesso, per evitarla. Perdo l’equilibrio, non sono più immobile (lo ero mai stato?), cado in avanti, i pollici impigliati nei ganci del pesante zaino che porto sulle spalle. È il mento ad attutire la caduta: e il sacco, che si adagia subito dopo, mi risbatte al suolo, sempre col mento. Al suolo: duro cemento, spunzoni di roccia, la terra, che trema al mio contatto. Due volte il mio viso rimbalza, come al rallentatore, ma violento: come al rallentatore, ma dolcemente, son io che mi alzo, svegliandomi. Il sogno, adesso, è finito, e comincia la vita. Tout a changé de face. Di fronte, forse inviata depuis su queste rive dagli dèi, una graziosa fanciulla, le guance e tutta quanta d’un biancore mortale, mi guarda sgomenta. No, non ti preoccupare, sto bene, le dico, solo infatti mi gira il mondo intorno alla testa, con il cuore letteralmente in gola, a pulsare, e il cielo improvvisamente nero a lambire i miei occhi. Ma la fanciulla insiste, non riesce a parlare, indica in direzione del mio torso, sempre più bianca - e il cielo è sempre più nero - sempre più sgomenta. La nudità forse... il sole che brucia, avevo tolto la camicia... la vergogna dunque, per quanto eccessiva... ma lo sgomento, perché lo sgomento? Allora, anch’io lo guardo, il mio torso nudo. Con sgomento, anch’io, vedo, mi vedo: sangue, un fiume di sangue, e la mano risale quel fiume, alla fonte, sotto il mento, che sento squarciato, le dita che passano dentro, e un fiotto che sgorga, pulsando (il mio cuore). Perché sono vivo, adesso, e so, ricordo, ricordo che sto morendo, perché vivo, e solo i vivi muoiono, ed io sono vivo, il cuore è una pompa, fugge via il sangue, passa attraverso il palmo della mia mano che non può fermarlo, quel sangue che è la mia vita e la mia morte, eguali, ed io sto morendo, e per questo voglio combattere, e vivere.

Avanzo barcollando, sempre il mondo che mi gira intorno, il cielo nero, la fanciulla bianca e sgomenta che ora mi sostiene per il braccio, insieme verso il villaggio, in cerca di aiuto. Sangue che sgorga, mentre entriamo fra le case. Ma la gente fugge. Sembra terrorizzata. Mi volto: ci sarà ancora l’ape? altre api? un esercito di api? No. Bròtos, bròtos, il sangue che sgorga dalla ferita terrorizza la gente. Il sangue, vita e morte, umanità che urla il proprio dolore, la propria paura, il tempo che passa. Mentre avanzo, la folla si apre: brotòs fra brotòi, mortale fra mortali – e quello che era il terrore di uno, il mio, diventa il terrore di tutti. Bròtos. Il contagio. Ma loro vivranno, io, per questa vita, sto per morire.

Poi, fra gl’interstizi di quel terrore, s’è fatto avanti un giovane, armato di un lenzuolo, bianco come il viso della fanciulla. Lo ha strappato, ne ha fatto una benda, me l’ha passata intorno alla testa, verticalmente, a stringere forte, compatto, il mio mento, comprimendolo contro il resto del viso, né le sue mani avevano paura di trafficare in mezzo al mio sangue, che continuava a uscire, ma non più sgorgando. Affievolendosi. Guerriero, ferito, mi hanno allungato sull’ultimo sedile dell’autobus, col motore già acceso – era quello del giorno prima, it is late, capita in quelle pigre contrade… Ora via, scorre la strada sotto le ruote. E da sotto, sdraiato, mentre il sangue affievolito mi alita addosso come una ninna-nanna lenta, e mi sento morire, vedo sfilare, con gli occhi, con il naso, con le orecchie e la pelle, e anche le labbra socchiuse, umide: ginestre in chiazze di giallo, profumo di souvlaki e musiche di paesini, Gortis, Aya Deka, le montagne, il cielo non più nero, ma azzuro – piovono dall’alto, come fiocchi di neve intorpiditi, si sciolgono nel sangue, e mai più la vita mi è apparsa così bella. Perché non son morto laggiù? E l’autobus arriva a Heraklion.

La fanciulla - ha voluto accompagnarmi - mi spinge dentro un taxi, e lei dietro: andiamo all’ospedale. Un medico che parla una decina di lingue, compresa la mia, dice che l’ho scampata bella (non è proprio questo lo strano, l’imprevedibile degli incidenti? un soffio, un battito d’ali, e siamo ancora là, oppure no: spariti...); mi sdraia su una branda, mi fa un’antitetanica, inveendo contro gli europei che hanno la mania dell’igiene (ho chiesto una siringa non usata), mi chiede precipitosamente di alzarmi perché la fanciulla alla vista dell’ago è svenuta, la sdraia col mio aiuto sulla branda, le regala uno schiaffo, si sveglia (la fanciulla), sorride, si alza, di nuovo mi sdraia (il medico dalle dieci lingue, compresa la mia) sulla branda, m’inonda di alcol e gratta via attraverso i brandelli del mio mento terra, polvere e qualche frammento di pietra – infine, senza più inveire, cantando, cuce, ricuce con punti rapidi e vigorosi. Il mio mento a brandelli.

Poi?

Non c’è nulla, o quasi. Un remoto “Caffè e tabacchi” inizio Novecento, scolorito, la saracinesca abbassata. Una casa incerta, traccia di antichi palazzi in abbandono, o forse dimora individuale in costruzione, verso il futuro: chissà. La porta non c’è. All’interno tre donne molto avanti negli anni siedono su un divano, di fronte a una televisione accesa, ma senza audio, che sembra la traccia indecifrabile di un’epoca a venire. Dormono. Fuori, ai lati della porta che non c’è, come a sorvegliare, proteggere, siedono su sgabelli due uomini, sembrano un’unica scultura, e sono anch’essi molto avanti negli anni. Agitano dadi, spostano pedine su una tavola di legno. In silenzio, gli uomini. Tic toc, tic toc, i dadi, che scandiscono il tempo. Mentre il sole che scompare dentro il mare avvolge tutto di un rosa denso, triste. Sanno loro, giocando, dormendo (ma forse son già dentro la morte), che lì, per un attimo durato mille anni, non esisteva la paura? Esiste adesso. Le grida, il brulichìo di voci e catene - il porto, a due passi - lo dicono, anche se, come spiegarlo? rimbalzano contro il silenzio, non lo turbano.

Dalla terraferma sono arrivati i battelli, anche il mio: tornerò a casa. Porterò con me una fanciulla pallida, e tracce di terra e roccia disegnate sul mento, la cicatrice, il marchio della mia paura. Tutti oramai hanno paura, anche se il nemico può prendere forme diverse. A me, prima ancora di nascere, son toccate le api. Ma almeno adesso so. La cicatrice rende visibile l’invisibile ferita da cui sono venuto fuori. Il sentiero dei denti che hanno squarciato l’utero incapace di proteggermi e, mischiando sangue e saliva, mi hanno fatto pauroso e vivo.

Il contagio racconta la malattia, ma anche la precedente salute, l’attimo millenario senza memoria, la cui memoria riaffiora proprio nella crisi del male. Quello che fu prima del tempo, forse un sogno, diventa speranza: che le api siano di nuovo e per sempre mie amiche, ed io amico per loro.

Come quando eravamo incoscienti e spensierati. Minoici, non sapevamo che saremmo finiti.

(I Minoici non finirono – raccontano le api di Creta – ma si trasformarono anche loro in api, e da lì si misero in viaggio per il vasto mondo. Solo per qualche millennio però, il tempo d’un altro battito d’ali: perché anche noi – spiegano – proprio oggi rischiamo di finire. Ma quando, con un altro battito d’ali, finiremo anche noi api, si compirà il grande ciclo. E sparirà, insieme a noi, l’intera umanità)

Per approfondire, leggere o rileggere, in ordine cronologico: Iliade, Odissea (ovviamente); Fèdre (Racine); The Lagoon (Conrad); El hacedor, La casa de Asterión (Borges); La mort (V. Jankélévitch) – e poi vedere o rivedere Le singe bleu, il breve film in cui la trentenne Esther Valiquette, malata terminale di AIDS, riflette in parallelo sulla fine della civiltà minoica e sulla sua morte imminente: non è molto conosciuto, credo, fuori dal Canada, ed è un diamante. Infine, scoprire chi ha detto (e per cortesia, segnalarmelo): Per il secondo principio della termodinamica le api, considerando il rapporto fra il peso e le ali, non possono volare; ma le api non conoscono il secondo principio della termodinamica, volano e fanno anche il miele – è tutto quel che la mia memoria conserva di un libro che avevo con me durante quel lontano viaggio a Creta, e di cui non ricordo più neanche il titolo, né l’autore... O forse questro avrei dovuto scriverlo nel numero di Zeta|Esse precedente, quello sulle ossessioni?




*GIUSEPPE A. SAMONÀ

Studia i mondi antichi, con le loro lingue, e poi legge, scrive, traduce. Ha abitato a New York e a Montréal, e attualmente vive a Parigi. Non ha ancora studiato zoologia, né vissuto a Buenos Aires – ma sogna un giorno di poterlo fare.

Zetaesse

ISSN 2611-5433

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