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Predrag

di MICHELE D'AMBRA



All’inizio degli anni novanta, la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia era tra gli stati della regione balcanica più estesi e sviluppati, e al suo interno coesistevano numerosi gruppi etnici. Si trattava di una federazione non allineata che comprendeva sei repubbliche: Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia e, infine, Slovenia. A queste si affiancavano le due regioni del Kosovo e della Vojvodina, che mantenevano lo statuto di province autonome all’interno della repubblica serba. Il paese era un coacervo di gruppi etnici e religiosi, con una prevalenza di cristiani ortodossi, cattolici e musulmani. Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, in coincidenza con il collasso del comunismo e la riemersione in Europa dell’est del nazionalismo, la Jugoslavia attraversò un periodo di intensa crisi politica ed economica. Se il governo centrale ne uscì indebolito, il nazionalismo militante trovò terreno fertile. [...] I leader di diversi partiti ricorsero a una retorica nazionalista per erodere la comune identità jugoslava e alimentare paura e diffidenza tra i vari gruppi etnici.

CROAZIA 1991-1995

La Croazia proclamò la sua indipendenza lo stesso giorno della Slovenia. Ma se l’abbandono della federazione jugoslava da parte slovena si concluse con uno spargimento di sangue relativamente ridotto, nel caso croato le cose andarono diversamente. La nutrita minoranza serba in Croazia rifiutò apertamente l’autorità del neo-proclamato stato croato. Con l’appoggio dell’Esercito popolare jugoslavo e la Serbia, i serbo-croati insorsero proclamando uno Stato indipendente. [...] I croati e i non-serbi furono espulsi in una violenta campagna di pulizia etnica. Gli scontri feroci della seconda metà del 1991 videro da parte delle forze serbe il bombardamento della città antica di Dubrovnik, l’assedio e la distruzione di Vukovar. [...] Nell’estate del 1995, i militari croati intrapresero due importanti offensive e riconquistarono il territorio sotto il controllo serbo-croato, a eccezione di una porzione della Slavonia orientale. Di fronte all’avanzata croata, decine di migliaia di serbi ripiegarono, con un vasto esodo, in Bosnia ed Erzegovina, e nella più lontana Serbia. La guerra in Croazia, di fatto, terminò nell’inverno del 1995.


BOSNIA ED ERZEGOVINA 1992-1995

Nel processo di disgregazione della federazione, il conflitto in Bosnia ed Erzegovina fu il più violento e atroce. Questa repubblica, posizionata al centro della Jugoslavia, era retta da un governo condiviso che rifletteva la composizione multietnica della popolazione, formata per il 43% da bosniaci musulmani, per il 33% da serbo-bosniaci, per il 17% da croato-bosniaci e per il restante 7% da altre nazionalità. La posizione strategica della Bosnia ed Erzegovina, esponeva la repubblica ai tentativi sia serbi che croati di affermare il loro potere su larga parte del suo territorio.

[...] Si stima che i morti furono più di 100.000 e che due milioni di persone, oltre la metà della popolazione complessiva, furono costrette a lasciare le proprie cose a causa della guerra che imperversò dall’aprile 1992 al novembre 1995, quando fu siglato un trattato di pace a Dayton. Migliaia di donne bosniache furono sistematicamente violentate. Tutte le parti in conflitto instaurarono i tristemente noti centri di detenzione: ciò accadde a Prijedor, Omarska, Konjic, Dretelj e in altre località. L’azione più atroce del conflitto si realizzò nell’estate del 1995 ,quando la città bosniaca di Srebrenica, dichiarata zona sicura dalle Nazioni Unite, fu attaccata dalle forze serbo-bosniache guidate da Ratko Mladić. In pochi giorni, all’inizio di giugno, furono giustiziati, in un vero e proprio genocidio, più di 8.000 uomini e ragazzi bosniaci di origini musulmane. Le donne e i bambini furono costretti a fuggire.

KOSOVO 1998-1999

La successiva area di conflitto fu il Kosovo, dove la comunità albanese reclamava l’indipendenza dalla Serbia. Le violenze scoppiarono nel 1998, quando l’esercito di liberazione del Kosovo (KLA) si sollevò apertamente contro il governo serbo, e polizia ed esercito furono inviati a schiacciare gli insorti.

Nella loro campagna, le forze serbe presero di mira i civili, bombardando i villaggi e forzando gli albanese kosovari alla fuga. Dopo il fallimento agli inizi del 1999 dei colloqui di Rambouillet, la NATO effettuò una campagna di bombardamenti aerei in Kosovo e Serbia che durò 78 giorni. In risposta, le forze serbe intensificarono la persecuzione dei civili kosovari albanesi. Alla fine, il presidente serbo Slobodan Milošević accettò di ritirare i suoi uomini dall’ex provincia autonoma. Una parte dei 750.000 rifugiati albanesi fecero ritorno alle loro case e circa 100.000 serbi – grossomodo metà della popolazione serba della regione – scappò per il timore di una rappresaglia. Nel giugno 1999, la Serbia acconsentì che il Kosovo fosse posto sotto protettorato internazionale, ma ancora oggi non è stato definito quale sarà il suo statuto politico.



[Estratto da "The conflicts", sito del IRMCT, tribunale internazionale istituito dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite]


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*MICHELE D'AMBRA

Nato a Ischia nel 1975, ha vissuto per una decina di anni a Napoli dove si è trasferito nel periodo universitario per poi ristabilirsi sull'isola. Continua a frequentare la città che rimane una possibilità di "evasione". Fin da piccolo disegna fumetti per passione, ha sempre lavorato nel mondo del vino. Segue da nove anni un corso di disegno per ragazzi nell'ambito di una associazione che organizza laboratori di musica, teatro e cinema. Attualmente lavora a un progetto su Antonio Gramsci che si augura di completare entro la fine del 2020.


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ISSN 2611-5433

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