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Piazza Indipendenza: quattro passi nella disperazione

di ALESSANDRO GIANNACE

«Qui hanno fatto "piazza pulita”: non ci sono più tracce dei casini di stamattina. Rimangono solo Polizia e Carabinieri a presidiare, ma il camion con l'idrante è ancora lì».

Roma, 24 agosto 2017, ore 18.58. Così il mio amico Alessandro, via Telegram, mi aggiorna sulla situazione di Piazza Indipendenza, dove ieri mattina centinaia di rifugiati e richiedenti asilo eritrei ed etiopi, dopo lo sgombero del presidio abitativo in via Curtatone sono stati ancora umiliati, a colpi di manganello, getti d'acqua, violenze e minacce. In mancanza di soluzioni adeguate da parte delle istituzioni, quattro anni fa, avevano occupato un palazzone di nove piani nel centro di Roma. Lo scorso 19 agosto il palazzo è stato sgomberato. Ieri sono stati scacciati in malo modo anche dai giardini pubblici da dove non volevano muoversi dopo l’ingiustizia subita. Avevano proposto ad alcuni di loro di spostarsi in provincia di Rieti: soluzione rifiutata perché non estesa a tutti e perché impraticabile per quanti si erano già inseriti - con un lavoro o mandando i figli a scuola qui a Roma - nel tessuto sociale della Capitale.«Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio»: è la frase pronunciata da un poliziotto durante gli scontri, riferendosi ai rifugiati in protesta. La summa di un pensiero di pancia sempre più diffuso che rimbalza dalle bocche della gente comune a quelle dei politici. Oggi il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, riferendosi agli scontri e al rifiuto della soluzione abitativa proposta, ha sostenuto che non può «immaginare che si lancino bombole alla polizia di Stato perché questi qua vogliono stare a Roma invece che in provincia di Rieti». Inqualificabile.

Tornando a ieri, ho sentito il mio amico mentre ero al lavoro: «Sarà utile andare lì? Cosa possiamo fare?» mi ha scritto Alessandro. «Andiamo, anche solo per scambiare due chiacchiere ed empatizzare» è stata la mia risposta. E così esco dalla metro alla fermata di Piazza della Repubblica e passo da via Solferino: animatissima da allegri sudamericani che bevono birre e ascoltano musica da mini casse bluetooth, a pochissimi passi dall’emergenza. A Piazza Indipendenza, invece, silenzio e calma regnano sovrani dopo la tempesta degli ultimi giorni: la situazione è proprio come l'aveva descritta Alessandro. Poliziotti e carabinieri, ai quattro angoli della piazza, sono appoggiati ai furgoni, quasi annoiati ormai, parlano del più e del meno e non vedono l'ora di tornare a casa, loro che possono. Nessuna traccia degli scontri mattutini, nessuna traccia dei circa 800 rifugiati che sono stati sgomberati anche dalla piazza. Facciamo qualche passo più avanti, percorrendo la strada dove un tempo c'era la segreteria di Scienze della Comunicazione, la facoltà universitaria che ho frequentato qui a Roma. Arriviamo all'incrocio tra via Goito e via Montebello ed è qui, in quest'ultima strada e nelle sue piccole traverse, che troviamo sparuti gruppi di persone ancora in attesa, nonostante tutto. Sono sparpagliati per strada, seduti sui marciapiedi: c'è chi fuma una sigaretta, chi parla al cellulare, chi sorseggia una bevanda sulla soglia di un phone center. Sembrerebbe una normale situazione di quartiere se non conoscessimo l’antefatto: le camionette della Polizia da qui non si vedono.

Ci fermiamo a parlare con Sèyfu, ragazzo etiope che dimostra all'incirca la mia età, poco più di 38 anni: «Non sappiamo ancora nulla su dove andare e cosa fare. Hanno detto che ci avrebbero fatto sapere qualcosa verso le sette, ma non si è fatto vivo nessuno», ci spiega. «Possiamo fare qualcosa per aiutarvi, di cosa avete bisogno?» domandiamo, per provare a sentirci utili. Prima ancora che giustizia, stabilità e il ritorno alla sua vita quotidiana, Sèyfu vorrebbe trovare un po' di riposo. Si vede dal suo sguardo affaticato, le sue parole lo ribadiscono: «Dopo quello che è successo sono notti che non chiudiamo occhio, siamo sempre sull’attenti. Non possiamo andare avanti così. La prima cosa che vorremmo, ora, è un posto sicuro dove dormire». Sèyfu ancora non si capacita dello sgombero: «Qui era tutto pulito, tutto in ordine. Non si vedeva mai nessuno di noi per strada, se non per buttare l'immondizia, non abbiamo mai dato fastidio a nessuno» aggiunge.

Quella di via Curtatone era un'isola felice, perlomeno se la si guarda attraverso la lente del comune senso del decoro, la stessa da cui oggi sono scaturiti sui social commenti beceri e razzisti. Nei nove piani del palazzo era vietato fumare e bere, così come non si poteva urlare o fare baccano. La risposta alle domande di Sèyfu sta altrove, non troppo lontana nel tempo: nel 2011 il palazzo fu rilevato dal fondo Omega di Intesa Enasarco e Inarcassa e successivamente dato in gestione alla società Idea-Fimit. Nel 2013 l’ingresso dei rifugiati, poi - come racconta un indignato Sergio Rizzo sul Corriere della Sera nel 2016 - «denunce, lettere e istanze si sono sprecate» finché nel «dicembre del 2015, il tribunale di Roma ha emesso un decreto di sequestro preventivo per occupazione abusiva». In seguito, spiegava a marzo del 2016 l’ex Ministro dell’Interno Angelino Alfano, rispondendo a un’interrogazione parlamentare «lo sgombero è stato inserito dalla prefettura di Roma in un elenco di obiettivi prioritari» e poi, prosegue invece Rizzo «inserito in una delibera che contiene l'elenco degli immobili da sgomberare». Chi invoca il decoro può anche cambiare idea vedendo alcune scene. Il capitalismo immobiliare, invece, non si ferma davanti a nulla, caro Sèyfu.

Qualche passo più avanti su via Montebello e incontriamo un fotografo con la reflex a tracolla. Chiediamo altri aggiornamenti, ma nemmeno lui che è stato lì per strada un'intera giornata sa dirci di più. Ancora qualche metro e la situazione, solo all'apparenza, ha i contorni di una scena di vita quotidiana. Una decina di donne fanno capannello: qualcuna è seduta sul ciglio del marciapiede, qualcun'altra sta in piedi. Tutte, però, reggono un piatto di zighinì: con le mani intingono un pezzo di injera nel sugo di carne e poi mangiano un boccone. «Lo avete preparato voi?», chiediamo un po' ingenuamente. Come avrebbero potuto, se sono giorni che stanno per strada?. «No - ci risponde una donna sulla quarantina - un nostro fratello eritreo, che ha un ristorante qui vicino, lo ha preparato per noi e ce lo ha portato». Chiediamo anche a lei aggiornamenti, ma ormai la speranza di sapere qualcosa è vana. «Non sappiamo nulla, sappiamo solo che stavamo qui da quattro anni e ci hanno buttato fuori. All'improvviso è sparito tutto quello che avevamo. I politici con cui abbiamo parlato sono dei bugiardi, ora possiamo sperare solo in Dio». Quando le chiedo il nome, si mostra un po' restia a rispondere. «Sai, sono un giornalista, vorrei scrivere qualcosa» cerco di spiegarle. «Mi chiamo Vita, ma anche i giornalisti sono dei bugiardi». E sinceramente, dopo aver letto di tentati omicidi con le bombole del gas, carezze dei poliziotti ai rifugiati e altre amenità, non saprei proprio come darle torto a meno che di botto, invece che i migranti, come invocava il poliziotto di cui sopra, non spariscano politiche securitarie e paranoiche e le narrazioni tossiche dei media italiani.

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*ALESSANDRO GIANNACE

Giornalista, scrive di sport e scommesse. Spesso in cucina, a volte dietro i giradischi. Non ama le note biografiche, ma per noi ha fatto un'eccezione...

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ISSN 2611-5433

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