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Perdersi e ritrovarsi nel labirinto di Paris Photo

di ALESSIA CAPASSO


Si è chiusa la settimana scorsa Paris Photo, la fiera di riferimento per la fotografia in Europa. Punto di ritrovo immancabile per gallerie, case editrici, collezionisti, curatori, appassionati e studenti in cerca di ispirazione. L'abbiamo seguita seguita da così vicino da perderci nel suo labirinto.

Fermata Champs–Elisée. Direzione: la fiera di fotografia più importante d'Europa. Atmosfera sospesa, come le nubi sul cielo parigino che gravano su decine di camionette della polizia in fila, gli agenti della sicurezza privata impegnati a smistare centinaia di persone alla volta, le barriere a simulare una qualche forma di protezione. Paesaggio consueto dettato dalle misure di sicurezza, da quando due anni fa il commando terroristico che insanguinò Parigi colpì proprio in questi giorni di metà Novembre. Una volta dentro il Grand Palais, eccomi nel nucleo pulsante dell'appuntamento imperdibile della fotografia, che si porta dietro il consueto corollario di premi, sale vip, vernissage col vino cattivo, festicciole in cui fingere di divertirsi e dare biglietti da visita a prescindere da autentiche simpatie. Ma non arriviamo al dolce, senza aver prima servito l'antipasto.

NEL SEGNO DI KARL: ICONE POP E COUP DE CŒUR

Il labirinto è servito. Mi aggiro seguendo un fil-rouge come un Teseo che prova a non perdersi. Senza pretendere di uccidere alcun Minotauro, ma solo di uscirne visivamente arricchita anziché disconnessa dal turbinio di immagini presenti. Del 'luna park disneyano della fotografia' (cercate il copyright nei pressi dello stand André Frère), dal 2015 la guida spetta alla direttrice Florence Bourgeois, in coppia col direttore artistico, Christoph Wiesner. Per il gruppo Reed, specializzato in grandi eventi, la Bourgeois è impegnata anche sul fronte statunitense con Paris Photo Los Angeles.

E forse proprio dall'esperienza californiana, per questa XXI edizione, la Bourgeois importa l'idea dell'ospite d'onore: Karl Lagerfeld. Ruolo ingombrante quello assunto dallo stilista e fotografo di moda, autentico talento nel generare introiti, saldando solide alleanze per marchi di lusso come Chanel così come per l'abbigliamento usa e getta targato H&M.

Momento flashback. Un esercito di Lagerfeld in miniatura, dalle vetrine di La Fayette, mi si parava davanti un novembre di qualche anno fa, mentre passeggiavo per le strade di Parigi, innamorata della fotografia e dell'amore in sé. Un'interpretazione dei vetrinisti che esacerbava la realtà, senza tradirla. Seppur lontanissimo dal fascino naturale di Coco, lo stilista tedesco è da anni impegnato a divenire egli stesso mito, imponendo non tanto uno stile, quanto la sua stessa icona: viso angolare prosciugato da un'apposita dieta, capigliatura bianca con coda annessa e mise spettrali.

Ora che ho archiviato l'amore, e vivo la fotografia con disincanto, mi chiedo a cosa serva avere come padrino una parodia dell'eleganza, presentato in qualità di esteta erudita. Vorrei accogliere il suggerimento, a voce bassa, di una gallerista francese: 'A rendere tutto più pop', ma qui c'è molto poco di popular (32 euro l'ingresso per due giorni, salvo accrediti o riduzioni), col ricorso al testimonial che si sostituisce alla sana creatività.

Il tocco magico di questo odierno Re Mida si traduce in un adesivo di fianco alle opere che ha selezionato prima dell'inizio della fiera. Per chi che non può concedersi una stampa originale, il marchio Lagerfeld, da simbolo di lusso, si trasforma in acquisto pret-à-porter grazie all'apposito catalogo edito da Steidl. Un pout-pourri di foto, prevalentemente in bianco e nero, in cui provocatorie pose falce&martello, di un gruppo d'avanguardia ungherese, convivono con le celebrità ritratte da Avedon. Persino dalla mostra La coréographie de la révolte di Gilles Caron, antologia visiva di ribellione e rabbia, Lagerfeld pesca un'immagine ambigua, in cui la guerra assume il fascino languido di un soldato che, perso ogni militaresco rigore, tiene in mano un fucile come lo terrebbe una modella.

A proposito di rivolte, nell'anno in cui cade il centenario della rivoluzione Russa, non restano che poche ombre a omaggiare gli spiriti del mutamento. Tra i corridoi, pesco come fossero jolly, il Che Guevara sognante e rilassato di Elliott Erwitt e un Barack Obama ritratto da Katy Grannan, con volto rassicurante ma già stanco, indebolito dalla dura realtà della presidenza. Nel primo anno di trumpiana follia, e di un Occidente smarrito tra regressioni, separatismi e attacchi xenofobi, le icone di un passato (anche recente) all'insegna dell'utopia appaiono remote.

Mi rigenero nell’angolo dedicato all’ironia tagliente e comprensiva di Lars Tunbjörk, faccio un giro nel mondo posticcio di Ekaterina ricreato di Romain Mader, sfoglio le Fanny pictures di Mark Neville e mi interrogo sull’epopea migrante in forma di fumetto/fotoromanzo di Spottorno, ormai espertissimo nell’incrociare i diversi linguaggi editoriali.

[Pur senza codino o pretese di esteti eruditi, i coup de cœr di Zetaesse li trovate in questa gallery]

SPAZIO TALK: STAND-UP PHOTOGRAPHER E DUBBI ESISTENZIALI

Prima di smarrirmi del tutto, mi fiondo nello spazio Talk, dove la rivista The Eyes, ha riservato ai fotografi 15 minuti di scarna celebrità e di confronto col pubblico di curiosi e aficionados. Nella luce morbida che filtra da vetrate con motivi arborei, in qualità di aficionada ascolto Brian Griffin, fotografo di culto della scena post-punk anglosassone. Griffin ha l'aria di uno stand-up comedian: mise noir da esistenzialista francese e il physique-du-role da avvezzo frequentatore di pub inglesi. Nel raccontare il suo POP, raccolta corposa dei suoi scatti edita da Gost, Griffin dipana accalorato memorie condite da esibizionismo sfrenato e frasi cult, che hanno come protagonisti i musicisti che si riversavano nel suo studio londinese a Rotherhithe, immortalati in un perfetto equilibrio tra spontaneità ribelle, rigore formale ed elementi naïve. Stiamo parlando di gente tipo The Clash, Depeche Mode, Kate Bush, Iggy Pop.

In un triplo salto carpiato, il siparietto strapparisate di Griffin si chiude e la sessione approda alla scena fotografia intellettuale impegnata. Henk Wildschut presenta Ville de Calais: dieci anni di aller-retour nel luogo simbolo della precarietà dei migranti in attesa di attraversare la Manica. Pacato e rigoroso, il fotografo olandese spiega il suo personale passaggio dal fotogiornalismo, capace di indignare ma non di trasformare in meglio, a uno studio sociologico per immagini delle trasformazioni urbane informali, vissute e create dai migranti nel limbo europeo. La staffetta passa a Laia Abril, che dopo mostre e riconoscimenti è riuscita di recente a pubblicare il suo On Abortion, prima parte di un catalogo sugli orrori della misoginia. La Abril si sofferma sul terreno scivoloso del desiderio di dare massima diffusione al proprio lavoro, ma senza rischiare di comprottere la tutela delle persone coinvolte in temi delicati come aborto o violenze.

L'AGENDA DEL FOTOGRAFO O UNA FOTOGRAFIA IN AGENDA?

A destare i maggiori dubbi è l'intervento a sorpresa di Mathieu Asselin, già premiato ad Arles nel 2016, con il libro Monsanto. A Photographic Investigation e che si è appena aggiudicato il First Book of the Year, assegnato dall'Aperture Foundation.

Riavvolgiamo il nastro. Avevo ascoltato per la prima volta Asselin nel corso di un programma alla radio belga La première. Un racconto intenso dei cinque anni dedicati alle storie, raccolte e fotografate in Stati Uniti e Vietnam, sui drammi ambientali e sanitari causati dal colosso statunitense, invischiato in una tale serie di misfatti da dare vita ad un autonomo provocatorio tribunale. Fin qui il lato A del fotografo impegnato nel più classico dei progetti di lungo periodo. Nel corso dell’incontro, incalzato da un collega, Asselin spiega l'obiettivo del suo libro:


“Non sono un giornalista, né un attivista. Gli attivisti perseguono un'idea, fanno parte di un gruppo. Io non desidero far parte di un gruppo di persone che riflette e discute rispetto a un problema”.

E continua:


“Non mi piace Monsanto, quindi ho fatto qualcosa su Monsanto. In qualità di fotografo avevo il dovere il dirlo. In quanto fotografi – prosegue - abbiamo bisogno di avere un'agenda. Abbiamo bisogno di dire in modo molto chiaro cosa vogliamo comunicare”.

Asselin archivia l'ipocrisia post-coloniale del volevo dare voce a (in effetti ormai insostenibile), e rivendica il più puro individualismo, l'indispensabilità del fotografo, e dunque del suo lavoro. Ascoltare questo ambiguo b-side, che credo conviva in ogni fotografo che mira a determinati riconoscimenti, risuona tra l'infantile e il narcisista. Ad amplificare il mio disagio è la sala quasi vuota. E i presenti sono altri fotografi invitati o addetti ai lavori. È davvero così limitato il pubblico a cui questa fotografia contemporanea di indagine riesce a parlare? Siamo davvero noi ad avere un'agenda o sono le società, i gruppi, le comunità, di cui volenti o nolenti facciamo parte, ad averla?

E, volendo andare più a fondo, cosa direbbe l'agenda di qualunque autore engagé, sapendo che il partner principale di Paris Photo è la J.P.Morgan? Ovvero la banca di investimenti statunitense che nel 2017 è stata condannata a pagare 55 milioni di dollari di multa per aver discriminato potenziali beneficiari di mutui in quanto ispanici e afroamericani?

Aprirsi a un confronto collettivo forse aiuterebbe a cavalcare meglio le onde tumultuose che stanno spingendo la fotografia verso nuovi orizzonti, senza esserne travolti.

CAVALCARE L'ONDA E METTERE IN ARCHIVIO LA NOSTALGIA

Chi calvaca perfettamente l'onda dei selfiesti e degli igers, così come dei professionisti è Huawei, che nel suo stand presenta una galleria di ritratti, tutti rigorosamente scatatti con uno smartphone e firmati dallo svedese Anton Renborg. La Huawei Photo Academy è un’ulteriore conferma dell’impegno del colosso made in China a coprire tutto lo spettro del fotografico. Con buona pace di chi aveva aveva relegato la fotografia scattata (e condivisa) con iphone&affini in uno spazio ristretto tra maniacalità e inettitudine, condannando Leica ad un ruolo statico in compagnia del mitico (ma ormai scomparso) Henry Cartier-Bresson. Leica stessa, archiviate le operazioni nostalgia, nel 2016 ha saldato un'alleanza strategica con Huawei. Oggi si ritrovano entrambe come sponsor al Grand Palais. A ricordarci che ogni talento usa i mezzi a disposizione e non passa per osmosi dall'apparecchio del mito allo sguardo dei suoi adulatori.

PUNTINI ROSSI E ACIDI ONIRICI

Recupero il filo di Arianna e continuo l’esplorazione seguendo il più classico dei principi investigativi: Follow the money. E ne servono eccome di money. Perché per affittare uno spazio espositivo a Paris Photo per circa una settimana (apertura al pubblico dal mercoledì alla domenica) occorre un minimo di 20.000 euro per circa 30 metri quadri, escluse spese accessorie come elettricità, deposito opere e altri costi vari.

Dovrebbe essere rientrata tranquillamente nella spesa la Howard Greenberg di New York, che a fiera chiusa ha dichiarato di aver venduto per circa 200.000 euro un insieme di opere della Farm Security Administration degli archivi Hank O’Neal, destinate ad arricchire archivi belgi, tedeschi, svizzeri e statunitensi. Per la Thomas Zander di Colonia invece cifra record di 69 000 euro per un'opera della tedesca Candida Höfer.

Bottino pieno anche per la galleria giapponese Mem, dove finisco seguendo la scia di puntini rossi (a indicare l'avvenuta vendita) lungo le immagini di Shigeru Onishi. Matematico prestato all'arte (o viceversa), per un breve periodo negli anni '50 del secolo scorso Onishi, oltre che alla pittura, si è dedicato alla fotografia. Il numero esiguo di foto prodotte, unite alla consacrazione da parte della critica, hanno acceso l'interesse degli investitori. Per portarsi a casa un pezzo di avanguardia artistica del sol levante bastavano 13.000 euro.

Già sabato pomeriggio, la possibilità di aggiudicarsi una stampa di Onishi era pressoché svanita. Solo un buon investimento? Forse no. Onishi lasciava annegare negli acidi le sue fantasie, sovrapponendo nel bianco e nero volti di donne sognanti a nature esasperate. Le sue immagini oniriche, frutto di sperimentazioni in camera oscura, esercitano un fascino più longevo di artifici sintetici , appresi nelle accademie o in costosissimi workshop.

LE FOTO DELLA COLLEZIONE KARMITZ

Prima di inacidirmi io stessa per il caos visivo, il secondo giorno mollo il filo teso da Arianna, e da paziente Teseo mi trasformo in imprudente Icaro, per sfuggire al labirinto in cui mi imprigiona la fiera. Ho bisogno di uscire a respirare l'aria pungente della ville lumière. Imbeccata da un'amica, mi dirigo a Bastille. A due passi dalla Senna, mi accoglie la Maison Rouge, uno spazio privato che ospita Ètranger résident (Straniero residente, ndr), una mostra costruita intorno alla collezione di Marin Karmitz, cineasta ebreo scappato all'età di nove anni con la famiglia dalla Romania a Nizza. Karmitz, che ha collaborato all'ideazione della mostra, precisa: “[…] Desideravo raccontare una storia muta, ma capace di parlare, dove le parole venissero sostituite dalle immagini”. E riesce nell'intento in modo perfetto. La fotografia la fa da padrone, in un corollario di disegni, statue, installazioni d'arte contemporanea. Un percorso intenso e raffinato che include immagini dell'immigrazione ad Ellis Island, solitudini e incontri nei bar di Amsterdam, fumose strade d'america, lavori collettivi nei Kibbutz nell'Est Europa, riunioni di famiglia latinoamericane e nuove aristocrazie partenopee. Pur attraversando continenti, autori e stili diversi, la mostra ha un continuum emotivo coerente, trasudando in ogni sala quell'inquietudine e quella fame di vita, che solo l'arte sa ricomporre e aiuta a digerire. Qui la fotografia torna a parlare la lingua che conosco, quella del bello e del tormento. Trascinandomi là dove, per ogni Icaro in fuga, maggiore è il rischio di bruciarsi.

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*ALESSIA CAPASSO

Ha contribuito a fondare zetaesse. Era destinata alle arringhe in tribunale, ma si è inventata fotografa. Concepita a Lampedusa, partenopea di nascita, la scambiano per fiamminga per le strade di Bruxelles, dove attualmente vive e lavora. alessiacapasso.com


Zetaesse

ISSN 2611-5433

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