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Effetti di realtà. Intervista a Carlo Ginzburg

a cura di ANDREA AMOROSO e DANIELE GARRITANO

Abbiamo incontrato a Cosenza, in occasione del Premio Sila 2016, uno degli intellettuali italiani più noti nel panorama internazionale. Carlo Ginzburg è autore di decine di testi che rappresentano autentiche pietre miliari nella comprensione storica dell’età moderna, libri in cui si tesse una fitta trama di interessi trasversali che coinvolgono la cultura popolare, le istituzioni giuridiche, la storia dell’arte e la letteratura. Fra la sua Lectio Magistralis (I benandanti cinquant’anni dopo) e la cerimonia di premiazione siamo riusciti a scambiare qualche battuta con lui.


Che cosa c’è di particolare che contraddistingue il rapporto inquisitore-inquisito che lei ha analizzato nei Benandanti, il suo primo libro, che nel 2016 ha compiuto cinquant’anni?

Nel Friuli del ‘500 e ‘600 uomini e donne nati con la camicia (ossia avvolti nel cencio amniotico) erano detti benandanti, “coloro che vanno per il bene”, perché si credeva che avessero il potere di combattere in spirito con streghe e stregoni. Se i benandanti vincevano, il raccolto sarebbe stato abbondante; se vincevano le streghe e gli stregoni ci sarebbe stata carestia. Ma per gli inquisitori, i benandanti erano stregoni e basta. Nel corso di mezzo secolo, tra ‘500 e ‘600, i benandanti introiettarono a poco a poco (ma mai completamente) l’immagine negativa che veniva loro imposta dagli inquisitori, attraverso interrogatori suggestivi e in qualche caso con la tortura. Credo di aver documentato questa traiettoria in maniera incontrovertibile, analizzando una serie di processi inquisitoriali conservati soprattutto nell’Archivio della Curia Arcivescovile di Udine.

Cerchio delle fate accanto a un fungo e una collina con una porta di accesso. XVII secolo, xilografia tratta da un chapbook inglese

In un suo testo – Occhiacci di legno (1998) – affronta il tema del rapporto realtà-mito. I linguaggi letterari, politici, in alcuni casi anche quelli giuridici, fanno uso di “finzioni vere” per fare presa sulla realtà. In che modo la categoria di “reale” può interagire con quella di “finzione”?

Comincerei con l’invertire la domanda: in che modo la finzione può agire sulla realtà? Si può partire dalla nozione di fictio nel linguaggio del diritto romano: un assunto definito come fittizio che però – per convenzione – agisce sulla realtà. È una questione su cui non si finisce mai di riflettere: un’escogitazione straordinaria, una grande conquista intellettuale, che naturalmente può essere usata anche per scopi perversi. Si può partire di qui per riflettere analiticamente anche sul mito: una finzione può aiutarci a conoscere la realtà e può agire sulla realtà. È chiaro che la realtà non può essere ridotta a ciò che si tocca. Nel nostro rapporto con la realtà possono interagire vero, finto e falso (il finto che si spaccia per vero). Questa complessità dev’essere tenuta presente dallo storico, che cerca la verità. Ma dev’essere tenuta presente da tutti: il nostro mondo quotidiano è popolato di finzioni e di falsificazioni che dobbiamo imparare a riconoscere.

Intravede dei cambiamenti epocali anche nell’uso retorico di miti e finzioni?

L’uso di una retorica politica che manipola i fatti non è certo una novità: basta pensare all’uso politico che è stato fatto del mito nel corso del Novecento, spesso con effetti catastrofici. Questo fenomeno si estende potenzialmente fino ai nostri giorni. Un esempio calzante, diventato sempre più presente, è rappresentato dall’“identità”: un termine che non ha alcun valore analitico, ma che può essere usato come un’arma, per tracciare confini, per includere ed escludere. Continuamente sentiamo parlare di identità italiana, europea, ebraica, islamica, cattolica… In queste “identità” moltissime persone si identificano: si tratta quindi di un fenomeno storicamente importante. Ma non possiamo servirci della categoria di “identità” per analizzare le cosiddette identità. In un saggio che ho scritto qualche tempo fa (Our words and theirs, 2013) ho cercato di riflettere sulla distinzione posta dall’antropologo e linguista Kenneth Pike fra il livello etic e il livello emic: le categorie dell’osservatore e le categorie degli attori. L’identità fa parte di questo secondo livello, ossia di quello degli attori; ma non può far parte del linguaggio degli osservatori, perché il suo valore analitico è nullo.

Crede dunque che l’identità faccia in qualche modo parte di quelle finzioni che hanno una presa sulla realtà?

Senza dubbio. Dobbiamo partire dall’etimologia: l’identico, l’idem, una continuità fittizia che è effetto di una costruzione. Sulla base di questa finzione si dice: “non fai parte dell’identità alla quale appartengo”, e quindi ti escludo. Una configurazione che si spaccia per omogenea, costruita in maniera arbitraria, diventa un’arma.

In un altro saggio di Occhiacci di legno ha definito lo straniamento come un antidoto efficace contro un rischio cui siamo esposti tutti, «quello di dare la realtà (noi stessi compresi) per scontata». In quali contesti e attraverso quali pratiche questo antidoto può essere efficace?

Sarei tentato di rispondere: sempre e dovunque. Solo prendendo le distanze dalla realtà riusciamo a guardarla criticamente. In quel saggio ho esplorato soprattutto la preistoria letteraria della nozione di straniamento che è stata proposta da Viktor Šklovskij. Ma i contesti cambiano, così come le forme che lo straniamento può assumere. Penso alle tecnologie che oggi ci permettono di accedere alla rete, ai rischi che implicano, alle possibilità che offrono.

In che modo le tecnologie possono alimentare nuove forme di straniamento?

Le nuove tecnologie hanno certamente determinato uno spostamento del confine tra il pubblico e il privato: un fenomeno che colpisce una persona come me, che appartiene a un’altra generazione. Nello stesso tempo, hanno reso più instabile il confine fra due dimensioni della realtà che fanno parte del nostro modo di stare al mondo: la sfera di ciò che è finto e la sfera di ciò che è vero. Ci sono molti modi di guardare questo spostamento: dagli esempi più triviali, come la possibilità di ritoccare immagini facendole sembrare autentiche (Photoshop), fino alla creazione di mondo fittizio di cui diventiamo assidui frequentatori, e che può dar luogo a forme di vera intossicazione, di addiction. Dobbiamo imparare a non dare per scontata la realtà, compresa quella elettronica. Ma dalle rete si possono prendere le distanze: non però grazie alla rete, ma utilizzando strumenti che fanno parte del patrimonio culturale (spesso, come sappiamo, legato al patrimonio sociale) di chi la usa. Come mi è capitato di scrivere, il motto della rete è quello, politicamente scorretto, di Gesù: “A chi ha, sarà dato” (Matteo, 13, 12).

La rete rende accessibile la conoscenza, e quindi apparentemente attenua il privilegio; ma per saperla usare bisogna disporre di strumenti che la rete non offre.

La sua passione per la storia dell’arte ha posto spesso al centro del suo lavoro il tema dell’immagine. Cosa pensa della tensione fra decifrazione e idolatria nell’uso delle immagini – comprese le immagini di sé – nell’arte più contemporanea?

Devo confessare la mia cecità nei confronti dell’arte contemporanea. Mi è capitato di paragonare il fenomeno dell’arte contemporanea a una gigantesca bolla finanziaria: in senso anche letterale, se si pensa ai grossi capitali che sono in gioco. Se bucassimo lo squalo in formaldeide di Damien Hirst la bolla esploderebbe, e una folla di collezionisti, direttori di musei, mercanti d’arte, professori e studenti di storia dell’arte contemporanea si troverebbe di colpo sul lastrico. C’è un circolo vizioso: se qualcuno dicesse “il re è nudo” la bolla si affloscerebbe. Ma non saprei analizzare questi fenomeni da storico. La mia è la reazione di uno spettatore.

Torino, Pisa, Bologna, Londra, Parigi, Los Angeles. Ha avuto la fortuna di vivere in alcune delle città più ricche di storia, arte e cultura. Oltre alla sua città natale, con quale di queste sente di aver costruito un legame affettivo o elettivo?

Con la mia città natale ho un legame sentimentale, ma tenue. Ho abitato in molte città, in alcune per un tempo limitato, in altre per periodi più lunghi. Però non sento un legame di appartenenza con nessuna di loro: neanche con Bologna, una città bellissima, dove ho vissuto gran parte della mia vita. Ma anche a Los Angeles, molto diversa dalle città europee, mi ero saputo adattare.



*ANDREA AMOROSO

Si occupa di letteratura italiana del Novecento, ma non solo. È uno dei sei fondatori di zetaesse. È una persona qualunque.

Academia.edu

*DANIELE GARRITANO

È uno dei fondatori di zetaesse. Filosofo di formazione, si è votato ben presto a un’erranza omerica fra varie discipline che compongono le cosiddette “scienze dell’uomo”. Dove lo lasci, non lo ritrovi. Ha vissuto a Cosenza, Napoli, Siena e Parigi. Traduce dal francese e dall’inglese all’italiano e recentemente ha scritto una monografia su Proust e la filosofia del Novecento.

Academia.edu

Zetaesse

ISSN 2611-5433

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