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HOssesso – Verbiloquio in un tempo

di ANDREA AMOROSO


Scrivere di ossessioni è essa stessa un’ossessione, un’ossessione da lapsus, da tic, da scrittura automatica, da lacanismi incontrollati: ossessione→ ossesso→ho sesso→ho sessone→ho sessione (d’esami)… oddio! Gli esami non finiscono mai, ma col sesso turgido non posso sostenere. Ma no, è proprio quello che ti fa sostenere. Anzi, (ti) si sostiene da solo. Per fortuna ho chiuso con l’università, ho chiuso col suo discorso, quello della supposta sapiente, nel senso che la prendi lì e lo sai. Eppure continui, essendo fiducioso che la cisti è pur sempre un barattolo di sorprese. La continuità, ecco un’altra ossessione: continuare quello che si è iniziato, lavorare per quello che si è studiato, continuare a vivere quello che non si è mai vissuto. E così via, ecco, suvvia… Soprassedere è l’innaturale discontinuità di chi vive svilendosi, godendosi il bel mondo come fosse soltanto un Jean-Paul qualsiasi, sfumato eppure con la sigaretta accesa.Poi ti fermi e cerchi di studiare e incontri W. B. prima della nazipaura fatale che ti dice che «il rapporto semantico che si nasconde nei suoni della frase costituisce il fondamento dal quale il simile può emergere dal suono solo scintillando in un baleno». E tu non capisci perché ti si chiudono gli occhi. O, meglio, capisci solo tardivamente che l’occhio che scrive non può leggere se non…un’immagine! Ossia l’illeggibile. E questo ti sprofonda in un baleno di immagini che diventano una. Una ripetuta mille volte. Quest’immagine che ti toglie dall’imbarazzo del mondo per offrirti al baratto del tondo.

L’occhio che scrive registra un baleno. Non lo vive, lo registra. L’occhio che scrive registra il baleno che non può viversi se non a occhi chiusi (o affondati di luce, che è lo stesso). L’occhio lavora ad hocchio per sottrarci da qualsiasi lavoro, solo il lavorìo esiste, non il lavoro. E nella natura cap(i)tiamo come un’eternità relativa. Tutto qui.

Per questo l’orecchio di Lynch non è che la cagionevole arbitrarietà di un orecchio e nulla più. La Cosa di Lacan è il caos di la chienne, un caso di caso di Cagna in calore, anzi di Donna. Divenire cagna perché tutto possa cagna’! All’infinito, se non fosse che il cinema registra la vanità 24 volte al minuto, anzi, 25, anzi 26 e così via. Verso altre cose possibili, perciò irrealizzabili.

Determinare una pen’ombra, all’ombra di un pene che c’è e non c’è, un pene a scomparsa che si perde nella zona di mezzo fra il sì e il no, la scala di grigi che non porta da nessuna parte ma continuamente entra ed escher. È lì che si inserisce la cagna che si morde la coda di cavallo, il trabocchetto di un Ulisse che scopre che l’unico modo di farsi da parte è lasciare che da dentro il cavallo di legno esca solo il vuoto, il vuoto di Troia. Troia svuotanda est. Il mistero di Bacon sta nel gran rifiuto a – essere – bacon – pur essendolo.

Baconesse – draconesse – pitonesse – nullesse: la carne omoerotica di un papa è nel mistero dell’ascensione. Ascensione per il patibolo, magari. La pizia non è che una tizia che sceglie il colore adatto. E lo rammenda fino a quando la congiuntura non diventa un decimo d’innocenza.

Jeanne Moreau ha preso in mano un falso folletto e ne ha fatto un suicida d’agosto, bruciandosi al fuoco di una calza di nylon, in una nuova ondata di gambe compassate per misurare l’ampiezza del nodo di Gordio. Che era così stretto che dentro non passava nemmeno un falso movimento. L’immobile coincideva col can-can e le ballerine, se non che avevano i seni troppo piccoli, erano madri di luce. Nella stanza le donne vanno e vengono e andando vengono ma venendo non fanno che andare – via.

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*ANDREA AMOROSO

Si occupa di letteratura italiana del Novecento, ma non solo. È uno dei sei fondatori di zetaesse. È una persona qualunque.

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ISSN 2611-5433

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