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Rarefactio. Erbario dell’estirpazione

di ALESSANDRA LA MARCA



Rarefactio. Erbario dell’estirpazione è un erbario composto da piante soggette a un sempre crescente processo di estirpazione dalle proprie terre di origine per essere commercializzate ed esportate in altri territori – con finalità di consumo o per un ulteriore processo di produzione e arricchimento –, fino a causare danni ambientali e sociali. La trasformazione, lo spostamento e la redistribuzione della materia si accompagnano, infatti, a metamorfosi occultate: quelle dei rapporti di dominio, dei processi produttivi e dell’ambiente. Il sapere sociale di intere comunità è stato spesso saccheggiato ed estorto con l'instaurazione di un sistema coloniale di sfruttamento delle risorse, imposizione di regimi apartheid, deportazioni, lavoro forzato e schiavismo.

L'Erbario raccoglie piante meno conosciute come la Banisteriopsis caapi fino a specie dei cui prodotti facciamo esperienza tutti i giorni, come la Cofea arabica. Tra foglie e fiori si intravedono le radici di ogni specie rappresentata, importanti per ricordare le origini della pianta. Le radici sono uno degli organi principali delle cormofite e fondamentali per la loro sopravvivenza, ma in molte rappresentazioni – pur costituendo la metà speculare dell’organismo, quella invisibile agli occhi – sono omesse.

Quelle che inizialmente erano raffigurazioni pittoriche, sono diventate delle stampe lavorate digitalmente, in cui foglie, rami, radici e fiori si intersecano tra loro generando immagini che rimandano a fossili seppelliti dalle rovine umane. Il consumo e lo sfruttamento compulsivo delle risorse che il mondo naturale ci offre porta sempre più ad una rarefazione dell’organismo originale.




Zetaesse, Radici, Alessandra La Marca, Erbario, Oryza glaberrima

Nome scientifico: Oryza glaberrima
Nome popolare: Riso africano
Dominio: Eukaryota
Ordine: Poales
Famiglia: Poaceae
Provenienza: Africa occidentale
Esportatore primario: India

CARATTERISTICHE

È una pianta di riso che resiste alla siccità, alle fluttuazioni della profondità dell'acqua, alla tossicità del ferro e alle condizioni climatiche difficili. Mostra una buona tolleranza agli insetti nocivi, alle malattie e alle piante parassite. Le sue radici sono dotate di particolari tessuti vegetali che consentono lo scambio gassoso con l’esterno e ne evitano l'asfissia e il marciume. Viceversa si rivela molto fragile quando sottoposta all’operazione di brillatura industriale con talco e glucosio. Per via del colore dei suoi chicchi è detto riso rosso.


STORIA COLONIALE

Il riso africano fu portato nelle Americhe con la tratta transatlantica degli schiavi, arrivando in Brasile probabilmente intorno al 1550 e negli Stati Uniti nel 1784. Il seme era trasportato come provvigione sulle navi negriere. Le modalità di coltivazione furono portate dagli stessi prigionieri, spesso abili nel trattamento del riso. Una leggenda narra che nel XVII secolo, i primi schiavi africani trasportati sulle coste del Suriname riuscirono a sopravvivere grazie a manciate di riso che le donne avevano nascosto tra i capelli durante il viaggio, durante il quale era il solo alimento a loro disposizione. Esperte coltivatrici, piantarono i chicchi nei terreni incolti per sfamarsi e rendere le comunità autonome. Nacquero così dei piccoli orti indipendenti all’interno delle piantagioni in cui gli schiavi erano prigionieri. Insieme alle modalità di coltivazione, ai discendenti furono tramandati l’uso del cereale nella medicina tradizionale e le pratiche rituali tipiche dei culti africani. Oltre a essere un alimento base, infatti, il riso porta con sé un forte valore simbolico, testimoniato dall’uso del cereale in occasione dei funerali come offerta votiva. Oggi è diffuso in gran parte del mondo per scopo alimentare.




Zetaesse, Radici, Alessandra La Marca, Erbario dell'estirpazione, Banisteriopsis caapi

Nome scientifico: Banisteriopsis caapi
Nome popolare: Ayahuasca
Dominio: Eukaryota
Ordine: Malpighiales
Famiglia: Malpighiaceae
Provenienza: America settentrionale

CARATTERISTICHE

Pianta rampicante dagli effetti psicoattivi, cresce formando diverse liane legnose con foglie di forma ovale leggermente appuntite e fiori rosa pallido. Tuttavia la fase di fioritura non è così frequente. Nel suo habitat tropicale può raggiungere i 20-25 metri di lunghezza.


STORIA COLONIALE

La liana Banisteriopsis caapi, comunemente chiamata ayahuasca, dà il nome a un decotto preparato in origine dalle popolazioni indigene della foresta Amazzonica, ricavato dalla lenta ebollizione delle sue foglie. Questo decotto è considerato dalle popolazioni indigene la madre di tutte le medicine, ed è tradizionalmente usato per scopi medicinali e religiosi. Con la colonizzazione dei territori della foresta vergine da parte degli spagnoli, l’uomo bianco è entrato in contatto con questa specie. Molte delle pratiche legate all’ayahuasca sono illegali in diversi paesi, ed è difficile fare una stima effettiva del suo consumo e diffusione. Tuttavia è un dato ampiamente accettato che, perlomeno allo stato spontaneo, la pianta sia oggi molto più rara che in passato.

La questione della sostenibilità ambientale del consumo di ayahuasca è un tema dibattuto anche nelle principali conferenze sul tema, come la Conferenza Mondiale sull’Ayahuasca, tenuta a Rio Branco nell’ottobre del 2016. Per quanto la Banisteripsisi caapi sia una specie invasiva e infestante, molto facile a riprodursi, la sua crescita non è così rapida e, per essere utilizzabile ai fini della preparazione dell’ayahuasca, deve raggiungere almeno i 5 anni di età. A causa dell’aumento indiscriminato della domanda, e della cronica povertà di tante zone interessate dalla crescita spontanea di questa specie botanica, negli ultimi anni, si è assistito a una raccolta e commercializzazione selvaggia. L’espansione del consumo di ayahuasca in Occidente ha sollevato accuse di neo-colonialismo, in cui i Paesi più ricchi si appropriano di materie prime e tradizioni indigene, impoverendo i territori d’origine senza offrire un ritorno alle diverse comunità.




Zetaesse, Radici, Alessandra La Marca, Erbario dell'estirpazione,  Hevea brasiliensis

Nome scientifico: Hevea brasiliensis
Nome popolare: Albero della gomma
Dominio: Eukaryota
Ordine: Malpighiales
Famiglia: Euphorbiaceae
Provenienza: Amazzonia
Esportatore primario: Asia

CARATTERISTICHE

È una pianta dal legno chiaro, dalla cui corteccia si estrae un liquido biancastro e appiccicoso. Questo liquido può contenere al suo interno fino al 30% di gomma che viene poi impiegata per la realizzazione di oggetti solidi.

La gomma è tuttora estratta dall'albero di Hevea mediante un metodo tradizionale, chiamato spillatura o rubber tapping: si rimuovono dei sottili strati di corteccia dal tronco per ottenere la fuoriuscita del lattice, la cui funzione è di proteggere la pianta dagli animali erbivori per effetto di alcune sostanze tossiche, non nocive per l'uomo se non nei soggetti allergici. Il poliisoprene, un composto contenuto nel lattice, è la base di partenza per la produzione della gomma. Si presenta come una lunghissima molecola dalle caratteristiche chimiche molto particolari, che ne favoriscono elasticità e deformabilità.


STORIA COLONIALE

Gli Indios chiamavano l’Hevea brasiliensis “l’albero che piange”. Il nome deriva dall liquido che fuoriesce dalla sua corteccia in seguito a un’incisione. Ciò che se ne ricava è una resina chiamata cahutchu, che si scurisce e indurisce al contatto con l’aria. Il cahutchu era utilizzata, per esempio, per impermeabilizzare le canoe con cui si risaliva il fiume.

La scoperta di questa resina causò, però, lo sfruttamento dei nativi e l’appropriazione dei terreni da parte dei colonizzatori. Fu Cristoforo Colombo a portare in Europa il primo manufatto in cahutchu, mentre la prima descrizione scientifica dell’Hevea brasiliensis venne fornita nel 1736 da Charles-Marie de Condamine, quando egli scoprì il popolo indigeno dei Tsachali. Iniziò così lo sfruttamento degli indigeni nella città di Manus per produrre il caucciù.

La gomma estratta, in realtà, non era molto lavorabile a livello industriale poiché sensibile al calore e al freddo. Fu Charles Goodyear nel 1839 a scoprire un particolare trattamento a base di zolfo e calore, chiamato vulcanizzazione, capace di rendere il materiale più resistente e utilizzabile in tantissimi campi, scatenando la “febbre del caucciù”. Nel 1887 si produssero 30 tonnellate di gomma, nel 1903 le tonnellate furono 5.900. Quel periodo di raccolta frenetica fu accompagnato da uno sfruttamento intensivo dei terreni e delle popolazioni indigene, costrette a lavori forzati e a condizioni di vita estreme.




Zetaesse, Radici, Alessandra La Marca, Erbario dell'estirpazione, Jatropha curcas

Nome scientifico: Jatropha curcas
Nome popolare: Barbados nut - Pourghère
Dominio: Eukaryota
Ordine: Malpighiales
Famiglia: Euphorbiaceae
Provenienza: America centrale
Esportatore primario: Mozambico

CARATTERISTICHE

È una pianta tossica, quindi non commestibile se non trattata, resistente all'aridità e coltivabile anche in zone desertiche. È caratterizzata da grandi foglie e semi a forma di capsule che una volta maturi assumono un colore giallastro.


STORIA COLONIALE

La pianta, originaria dei Caraibi, fu esportata in tutto il mondo dai marinai portoghesi che la utilizzavano nella costruzione di recinzioni per orti e giardini. Da decenni gli africani sfruttano le sue proprietà per proteggere tombe e orti da animali e parassiti.

Solo in un recente passato sono state scoperte le sue proprietà energetiche: a partire dagli anni 2000, infatti, è stata utilizzata nella produzione di carburanti per autoveicoli diesel (biodiesel). L’olio di Jatropha curcas si inserisce così in un vasto dibattito che coinvolge aspetti agronomici, economici, e socio-politici. Infatti i progetti di coltivazione su larga scala della Jatropha curcas prospettano gravi rischi ecologici e sociali per i paesi meno sviluppati. Se si volesse sostituire anche solo il 10 % dei carburanti diesel consumati in Italia con biodiesel da Jatropha curcas occorrerebbe mettere a coltura almeno due milioni di ettari, alterando gli equilibri del suolo e col rischio di vedere compromesse le coltivazioni di piante alimentari per le popolazioni locali.




Zetaesse, Radici, Alessandra La Marca, Erbario dell'estirpazione, Helianthus annuus

Nome scientifico: Helianthus annuus
Nome popolare: Girasole
Dominio: Eukaryota
Ordine: Asterales
Famiglia: Asteraceae
Provenienza: America meridionale e settentrionale
Esportatore primario: Russia

CARATTERISTICHE

È una pianta erbacea che differisce dalle altre forme biologiche poiché, essendo annuale, supera la stagione avversa sotto forma di seme. Il fusto nei paesi di origine può superare i 4 metri di altezza, è ruvido e ha un’asse fiorale eretto, spesso con poche foglie dalla forma largamente ovata o anche triangolare e cuoriforme alla base con apice acuminato, i margini sono seghettati. Quello che viene definito il fiore è in realtà l’infiorescenza, composta da un insieme di numerosi fiori. Nel girasole i fiori tendono a orientarsi verso l’alto e soprattutto verso il sole. La composizione del girasole prevede circa una decina di fiori, di cui soltanto quelli più esterni pare siano dotati di un unico petalo che in realtà si chiama ligule. I fiori esterni sono sterili e hanno la funzione di attirare gli insetti impollinatori grazie al colore giallo dei petali. Quando i fiori del disco maturano, si trasformano in semi che rappresentano il frutto della pianta.


STORIA COLONIALE

Il girasole è originario delle Americhe, e in particolare del ricco regno del Perù, dove fu coltivato fin dal 1000 a.C: gli Incas lo consideravano l’immagine del loro Dio del Sole. Il girasole era noto anche agli aztechi e coltivato in Messico già nel 2600 a.C. Oltre all’uso alimentare, le antiche tribù americane lo utilizzavano per ricavare dai gusci di achenio e dai petali una tintura violacea. La tintura era impiegata per tingere i capi tessili, per la pittura corporea e di altre decorazioni. Il girasole era utilizzato anche in ambito medico, ad esempio per il trattamento della malaria attraverso l’infusione delle foglie.

L’arrivo del girasole nel continente europeo avvenne nel XVI secolo a opera degli spagnoli. Dopo una prima introduzione nella penisola iberica, il girasole giunse in Italia all’Orto Botanico di Padova, dove i botanici Cortuso e Mattioli realizzarono una prima descrizione dettagliata della pianta.

Il primo riferimento europeo dell’utilizzo del girasole come fonte di olio è un brevetto inglese del 1716 di Arthur Bunyan, nel cui testo è possibile evincere come esistesse, ancora a quell’epoca, un’ampia variabilità morfologica della pianta. A partire dal 1830 si cominciarono a mettere a punto metodi sempre più efficienti per l’estrazione industriale dell’olio. Il girasole ha definitivamente raggiunto un ruolo importante nell’agricoltura europea dopo il primo conflitto mondiale.




Zetaesse, Radici, Alessandra La Marca, Erbario dell'estirpazione,  Indigofera tinctoria

Nome scientifico: Indigofera tinctoria
Nome popolare: Pianta dell'indaco
Dominio: Eukaryota
Ordine: Fabales
Famiglia: Fabaceae
Provenienza: Asia meridionale
Esportatore primario: Asia

CARATTERISTICHE

Arbusto sempreverde dalle foglie composte e dai fiori a corolla di colore rosa o porpora. Dalla fermentazione delle sue foglie si ottiene l’indaco.


STORIA COLONIALE

La storia dell’Indigofera tinctoria si perde nella notte dei tempi. L’impiego dell’indigo nella colorazione delle fibre naturali risale ai primordi della civiltà. Gli antichi popoli dell’Asia lo adoperavano già nel 2000 a.C., così come gli antichi Egizi. Ai Greci e ai Romani era noto che nei paesi dell’Estremo Oriente esisteva una tintura blu molto potente e resistente: l’indicum o indikon, chiamato anche blu delle Indie o indaco.

Aztechi e Maya usavano l’indaco per tingere e dipingere: l’offerta di pietre d’indaco al signore locale era un dono pregiato che esprimeva il rispetto dei sudditi.

Fu Marco Polo a portare in Europa dall’Oriente la ricetta per tingere con l’Indigofera. Nel 1558 il re di Spagna mostrò interesse per le prospettive economiche offerte dalla produzione di indaco e, poco dopo l’Indigofera tinctoria venne introdotta nelle colonie spagnole. Inizialmente venne prodotto su scala commerciale in Guatemala, Salvador, Nicaragua, Honduras, Chiapas e Antille. Sorsero così centinaia di stabilimenti per la sua lavorazione ed estrazione. La pianta dell’indaco fu tra le principali coltivazioni del XVIII secolo in Venezuela, nel Guatemala e ad Haiti (qui sino alla rivolta contro la Francia che impose loro l’embargo). Per tutta l’età pre-indiustriale l’indaco fu largamente coltivato per ricavarne la tintura.

Le indagini eseguite da Mahatma Gandhi sulla vita dei lavoratori nelle piantagioni di indaco spinsero il governo coloniale inglese ad approvare il “Champaran Agrarian Bill” per mettere fine allo sfruttamento fiscale da parte dei latifondisti britannici.




Zetaesse, Radici, Alessandra La Marca, Erbario dell'estirpazione, Saccharum officinarum

Nome scientifico: Saccharum officinarum
Nome popolare: Canna da zucchero
Dominio: Eukaryota
Ordine: Poales
Famiglia: Poaceae
Provenienza: Nuova Guinea
Esportatore primario: Brasile

CARATTERISTICHE

Pianta tropicale perenne che raggiunge in media i 4-5 metri d’altezza, presenta un rizoma con numerosi steli legnosi intervallati da nodi. Ogni pianta è costituita da un fusto principale ramificato in numerosi culmi aerei. Il colore, che cambia a seconda della specie e della varietà, può essere giallo, violaceo, verde o rossiccio. Gli steli sono rivestiti da foglie molto lunghe e verdi, mentre i fiori sono riuniti in infiorescenze. All’interno del fusto è presente un fluido sciropposo che può essere utilizzato sia come alimento che per la produzione di zucchero.


STORIA COLONIALE

La canna da zucchero è stata introdotta in Europa dagli Arabi, prima in Spagna e poi in Sicilia. Dopo la scoperta delle Americhe, i conquistadores spagnoli la diffusero in tutte le Indie Occidentali. Ovunque le piantagioni di zucchero impiegavano una quantità sproporzionata di lavoratori, spesso schiavizzati, sottoposti a un ritmo di lavoro incessante.

La canna da zucchero impiegava 18 mesi per crescere, essere raccolta e lavorata correttamente, pertanto i terreni delle piantagioni erano divisi in tre parti: un lotto era il maggese, un lotto era dedicato alla crescita della pianta e un lotto per la raccolta. Tra dicembre e maggio, nella stagione delle piogge, gli schiavi piantavano, fertilizzavano e diserbavano. Da gennaio a giugno, avveniva la raccolta delle canne da zucchero che venivano prima tagliate al piede, private delle foglie e infine tagliate in piccoli pezzi per essere inviate ai mulini da canna da zucchero.

Nei mulini la canna veniva schiacciata, il succo che se ne ricavava era bollito, depurato e poi cristallizzato per formare lo zucchero da inviare in Europa. Alcune piantagioni si spingevano anche oltre, distillando melassa, il liquido rilasciato dalle canne dopo la loro bollitura, per creare il rum.

Con l’abolizione della schiavitù nel XIX secolo, le piantagioni continuarono a coltivare canna da zucchero, ricavandolo, però, dalla barbabietola da zucchero che poteva essere coltivata in climi temperati e richiedeva meno manodopera, dal momento che quella disponibile doveva ora essere pagata dai proprietari.

La canna da zucchero è spesso coltivata in aree dove un tempo sorgeva una lussureggiante foresta tropicale. La sua coltivazione ha contribuito considerevolmente alla deforestazione soprattutto nel periodo dal 2002 al 2012. L’agricoltura rappresenta oggi la prima causa di deforestazione nelle aree tropicali e subtropicali del nostro Pianeta: ben il 73% della deforestazione è dovuto all’espansione dei terreni agricoli. E lo zucchero ha in questo un ruolo di primo piano.




Zetaesse, Radici, Alessandra La Marca, Erbario dell'estirpazione, Coffea arabica

Nome scientifico: Coffea arabica
Nome popolare: Pianta del caffè
Dominio: Eukaryota
Ordine: Rubiales
Famiglia: Rubiaceae
Provenienza: Etiopia - Sudan - Kenya - Yemen
Esportatore primario: Brasile

CARATTERISTICHE

Pianta dalle foglie grandi e ovali e dai fiori bianchi. I frutti sono drupe oblunghe che una volta maturi raggiungono un colore rosso o violaceo contenenti due semi che vengono utilizzati come stimolante per la presenza di caffeina al loro interno.


STORIA COLONIALE

La scoperta della pianta del caffè risale al XII secolo d.C., nella zona di Kaffa, l’attuale Etiopia, dove un gruppo di monaci eremiti, dediti all’agricoltura e alla pastorizia, notarono che le loro capre, nutrendosi delle bacche di una pianta sempreverde, diventavano irrequiete al punto di non riuscire a dormire. Fu così che raccolsero i frutti di quell'arbusto per mangiarli e farne tisane dall’effetto stimolante che li aiutava a rimanere svegli nelle ore notturne di preghiera. L’ingresso nel mondo arabo fu opera degli schiavi deportati dall’attuale Sudan allo Yemen, poiché avevano preso l’abitudine di bere la bevanda ottenuta dalle bacche per sopportare l’intenso sforzo dei lavori cui erano sottoposti.

All’inizio del XVIII secolo vennero imbarcate piante di caffè provenienti dall’Europa per raggiungere il Nuovo Mondo. Le prime piantagioni nacquero sulle Isole dei Caraibi e in America del Sud, trasformando il caffè in uno dei prodotti più redditizi per le potenze europee. Diventato oggetto di espansione coloniale e di speculazioni commerciali, il caffè ruppe il suo legame originario con l’Oriente. L’attuale presenza del caffè in tutto il mondo è da ricondurre esclusivamente alla storia coloniale europea, vale a dire all’espansione dell’Europa oltre i propri confine a partire dal XVI secolo per mezzo del fenomeno della schiavitù.




Zetaesse, Radici, Alessandra La Marca, Erbario dell'estirpazione, Theobroma cacao

Nome scientifico: Theobroma cacao
Nome popolare: Cacao
Dominio: Eukaryota
Ordine: Malvales
Famiglia: Malvaceae
Provenienza: America centrale e meridionale
Esportatore primario: Africa occidentale

CARATTERISTICHE

È un albero sempreverde, alto in media dai 5 ai 10 metri, dalle foglie ovali con il margine lievemente ondulato, con un picciolo fogliare dotato di articolazione che permette di orientarsi a seconda dell’intensità luminosa. I fiori sono piccoli e sparsi a mazzetti, bianchi, verdi o rosei, spuntano direttamente sul tronco o sui rami adulti; di essi solo pochi si trasformeranno in frutti del cacao, che presentano una forma di cedro allungato di colore giallastro-verdognolo, che diventa bruno-rossastro a maturazione. I frutti, dalla buccia solcata da 10 strisce longitudinali, può contenere dai 25 ai 40 semi. I semi sono immersi in una sostanza ricca di zuccheri, chiara e di consistenza gelatinosa, vengono lavorati con tecniche diverse per ottenere burro di cacao, cacao tostato o in polvere.


STORIA COLONIALE

Il cacao è originario del Centro America, ma quando alla fine del XV secolo gli spagnoli raggiunsero le Antille ne diventarono subito grandi consumatori. Nel 1535, dopo la conquista delle terre di Montezuma (l’attuale Messico), iniziarono a inviare il cacao in Spagna e presto non bastarono più le fave di cacao coltivate dai contadini locali. Gli spagnoli allora sperimentarono il sistema delle ecomiendas nelle isole Antille: grandi piantagioni ottenute rubando la terra agli indigeni che furono massacrati nel giro di pochi decenni. I terreni furono assegnati ad avventurieri spagnoli che iniziarono a importare schiavi dall’Africa per sostituire la manodopera locale ormai sterminata. Questo sistema fu esteso a tutta l’America Latina per piantagioni diverse a seconda di quello che conveniva produrre.

Il Brasile invaso dai Portoghesi fu il secondo territorio dove la coltura del cacao fu estesa dal XVII secolo per l’esportazione in Europa del cacao. Nel XIX secolo le potenze coloniali emergenti che sostituirono Spagna e Portogallo furono Francia e Inghilterra le cui colonie erano soprattutto in Africa. Per questo la produzione di cacao si spostò nell’Africa Occidentale e ancora oggi i principali produttori mondiali sono la Costa d’Avorio (ex colonia francese) e il Ghana (ex colonia inglese) che così si assicurarono l’approvvigionamento di questi beni ormai indispensabili per i pochi consumatori ricchi dei loro Paesi.

Tutt’oggi organizzazioni internazionali constatano un significativo e preoccupante meccanismo di occupazione minorile nelle piantagioni, con un incremento dopo la pandemia pari al 21,5%.




Zetaesse, Radici, Alessandra La Marca, Erbario dell'estirpazione, Cinchona

Nome scientifico: Cinchona
Nome popolare: China
Dominio: Eukaryota
Ordine: Rubiales
Famiglia: Rubiaceae
Provenienza: America centromeridionale
Esportatore primario: India

CARATTERISTICHE

Albero di grandi dimensioni, dal tronco dritto, corteccia bruna e foglie ovali, accompagnate da fiori rosa disposti in infiorescenza. La corteccia contiene alcaloidi che le conferiscono proprietà antipiretiche, analgesiche ed antinfluenzali. Da secoli è utilizzata per curare i sintomi della malaria.


STORIA COLONIALE

Nella storia della medicina la china è considerata una pietra miliare per le sue proprietà terapeutiche, e la sua scoperta è avvolta nel mistero di una leggenda. Si narra che quattro secoli fa in Perù, a seguito di un terremoto, diversi alberi di china caddero in un laghetto rendendone amare le acque.

Dopo qualche tempo, gli indigeni della zona notarono che alcuni animali ammalati, se si abbeveravano al lago, guarivano miracolosamente. Un soldato spagnolo affetto da malaria venne perciò medicato dagli indigeni con quell’acqua amara. Rimessosi, l’uomo consigliò la preparazione ad altri connazionali colpiti dalla stessa malattia, fra i quali la contessa di Chincon, seconda moglie del vicerè del Perù. Fu in seguito a questi eventi che la china raggiunse l’Europa, secondo alcuni introdotta dalla nobildonna da cui deriva il nome della pianta.





*ALESSANDRA LA MARCA

Alessandra La Marca (Potenza 1998) è un’artista visiva, laureata in pittura e arti visive presso la Nuova Accademia di Belle Arti NABA. Attualmente prosegue i suoi studi in arti visive e studi curatoriali. La sua ricerca approfondisce il rapporto tra naturale e artifciale e le modalità in cui elementi eterogenei possono convivere in uno stato di mescolanza e adattamento. Vive e lavora a Milano.

Tra le sue mostre recenti Terre Sconnesse (Galleria Civica Villa Valle di Valdagno), Invisible a cura di FloatingIsland; rassegna video del festival Abbiatissima presso il PACTA dei Teatri Salone di Milano.

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