• Zetaesse

L'anatra digeritrice


«Uno dei tratti salienti della nostra cultura è la quantità di stronzate in circolazione». Il filosofo Henry Frankfurt inizia così un saggio (On Bullshit) pubblicato in origine nel 1986, poi ripubblicato sotto forma di pamphlet nel 2005. A trent’anni di distanza dalla sua prima stesura, non possiamo mitigare l’affermazione così perentoria del filosofo statunitense. Perché la cultura digitale in cui siamo immersi ha moltiplicato i canali di propagazione e condivisione delle suddette stronzate. Ognuno di noi contribuisce a rimpolpare il Moloch di queste affermazioni né vere né false, usate per impressionare il proprio interlocutore (o lettore) evitando ragionamenti e argomentazioni critiche. «Di conseguenza, scrive Frankfurt legittimando il suo studio, non abbiamo una chiara consapevolezza di cosa sono le stronzate, del perché ce ne sono così tante in giro né di quale sia la loro funzione». In generale, chi dice stronzate conosce poco o nulla dell’argomento di cui parla, ma spesso riesce ad essere persuasivo.

Nonostante ciò abbiamo deciso di fondare una rivista online. Consapevoli dei rischi di arricchire il Moloch e pronti a farcene carico, abbiamo chiamato il nostro progetto editoriale “zetaesse" (o z|s). Per amore della consonanza e della simmetria non completa delle due lettere (i denti aguzzi della zeta, la flessuosità sibillina della esse), senza pensare a un acronimo preciso. O pensandone molti, il che fa lo stesso. Nello spazio culturale aperto dai progetti editoriali che vivono sul web, abbiamo intravisto la possibilità di sviluppare discorsi capaci di tenere insieme la passione per il racconto e il desiderio di decifrare in modo critico gli aspetti più contraddittori ed antifunzionali della quotidianità. E proprio il quotidiano, la sua dimensione temporale e insieme spaziale, definita dal suo ripetersi sempre uguale a se stesso, ci ha fornito una sorta di passepartout per alimentare processi di lettura e scrittura, di studio e sollecitazione di categorie politiche, sociali ed estetiche del contemporaneo.


Rene Magritte, La Corde Sensible (1960)

Digestioni critiche. Questo è il sottotitolo del nostro progetto, che inscrive nel suo nome la forma editoriale nota nel mondo anglofono come «digest»: non per restituire ai lettori qualcosa di già masticato o digerito, ma per sottolineare criticamente la pervasività dei processi digestivi nel consumo di beni materiali e immateriali nella cosiddetta cultura di massa. Riteniamo che questa modalità di fruizione – la digestione continua, basata sul consumo compulsivo di articoli sempre disponibili sugli scaffali dei magazzini di stoccaggio reali e virtuali – lasci lungo la sua strada alcuni scarti che dicono molto del rapporto degli uomini con il loro tempo. E se il rischio consiste nel diventare a nostra volta un articolo di consumo nello scaffale delle riviste online, assumeremo questa contraddizione come la nostra principale ragione di esistenza.

Il sito propone articoli e immagini che trattano di arti applicate, categorie politiche, libri, pratiche urbane e quotidiane, sport e spettacolo. I contributi non sono divisi in sezioni tematiche, optando per una tassonomia minima di tipo quantitativo: quattro sezioni, due per la scrittura (telegrammi, capoversi) e due per la fotografia (istantanee, album). Gli interventi pubblicati intendono sgombrare la strada – talvolta con violenza raffinata – per interpretare frammenti e residui dei dispositivi di produzione, cercando di ampliare l'orizzonte degli approcci possibili e non relegandoli in un unico ambito, disciplina o punto di vista.


Zetaesse – qualcuno l’avrà notato – è femminile, e non perché sia una rivista. Zetaesse è infatti anche maschile, e non perché sia un sito. Il suo corpo non si piega a un registro uniforme, poiché rifiuta la classificazione binaria dei generi. È un corpo in costruzione, che si produce per stratificazioni successive. Il precipitato delle sue notazioni è un’inquadratura intesa nella sua duplice accezione: ritaglia e quindi sottrae un pezzetto di realtà, e in pari tempo permette a un’immagine di formarsi.

Infine, due parole sul nostro simbolo: l’Anatra digeritrice di Jacques de Vaucanson. L’anatra richiama da un lato l’idea di una macchina vivente, un automa animato (o animale) il cui unico scopo è il processo digestivo; dall’altro la tecnica violenta del gavage: l’allevamento intensivo di volatili destinati a trasformarsi in prodotti alimentari (fois gras, magret, confit) nel più breve tempo possibile.


Zetaesse

ISSN 2611-5433

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