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4'33'' vs 5'26'': la dissolvenza musicale in John Cage e Lou Reed

di EDA ÖZBAKAY


Paris Nogari, Allegoria del silenzio (1582)

The real music is the silence. All the notes are only framing this silence.

Miles Davis

Da sempre l'assenza del suono è considerata parte costituente della musica quanto il suono stesso. Lo svanire del suono è intrinseco alla natura della nota musicale già al suo nascere, senza l'interruzione del suono non si formerebbe nessuna melodia, nessuna frase musicale. Cosa sarebbe la quinta di Beethoven senza la fondamentale pausa iniziale? La musica ha, perciò, un rapporto di interdipendenza con il silenzio; senza il silenzio non esisterebbe nemmeno la musica. Esiste però il silenzio senza musica? Cosa rimane quando il suono svanisce? Il compositore e teorico musicale statunitense John Cage non è stato il primo compositore a proporre un'opera senza suono, ma sicuramente la sua opera 4′33″ è una delle composizioni più famose e controverse nella storia della musica. La composizione si struttura in tre movimenti con l'indicazione “tacet”, valida per tutta la durata del pezzo.

Si tratta, di fatto, di quattro minuti e trentatré secondi di mero silenzio. Ma in cosa consiste questo silenzio? Cage, che nel 1961 pubblica il suo libro Silence, sostiene che il silenzio assoluto non esiste in condizioni naturali, per questo è stato anche ipotizzato che la durata particolare della composizione, quattro minuti e trentatré secondi, che corrispondono a 273 secondi, fosse un riferimento allo zero assoluto che si trova a -273.15 °C, temperatura irraggiungibile, come il silenzio assoluto. Cage, infatti, considera la sua opera 4′33″ per nulla un'opera silenziosa, poiché i rumori esistenti dentro una sala da concerto costituiscono fonte di suono. Il brano viene perciò determinato dai rumori prodotti dagli ascoltatori, dall'ambiente, dalla natura. Nella sua composizione Cage offre una struttura, una cornice, a una “musica” intrinseca alla nostra natura, ci invita ad affinare la nostra sensibilità per percepire la non-assenza del suono.

Cage, quindi, pone il focus sull'immediato presente dell'ascolto, facendo emergere una non-musica, né pianificata, né replicabile, e accompagnandoci verso una sparizione del suono classico. Per illustrare invece un altro metodo di indirizzamento dell'ascoltatore verso il dissolvimento - metodo che si serve degli elementi classici della composizione (gli strumenti, l'armonia, il ritmo e, in questo caso, anche il testo) - si presta il brano "Vanishing Act" di Lou Reed, in cui Reed, già a partire dal titolo, descrive la sparizione mediante un viaggio altrove, musicale e non, verso una realtà ignota ma desiderabile.


It must be nice to disappear

to have a vanishing act

to always be looking forward

and never looking back.

Sono i primi versi di "Vanishing Act", brano contenuto in The Raven, il concept album di Lou Reed uscito nel 2003, ispirato alle poesie di Edgar Allan Poe. Il brano inizia con l'accompagnamento di un solo pianoforte, le cui note vanno scemando, dopo l'impulso iniziale, senza alcun accompagnamento ritmico di base, il suono è perciò sospeso nel nulla. Con l'entrata degli archi, che sostituiscono il pianoforte nel finale, aumenta questa sensazione del fluire nello spazio. Il suono che svanisce si trasforma, viene protratto verso l'infinito e trascina con sé l'ascoltatore, verso una realtà immaginaria, come un piano sequenza che si alza in volo. La struttura armonica del brano incrementa questo senso di protrazione. Il giro utilizzato da Reed consiste negli accordi La maggiore, Do diesis maggiore, Re maggiore, Re minore, ovvero nella cadenza I, III, IV maggiore, IV minore. Gli ultimi due accordi rappresentano un interscambio modale tra tonalità parallele, usato spesso nella musica Blues e Jazz. Il Re minore non è da considerare un vero centro tonale, ma è da interpretare piuttosto come un movimento cromatico di una voce che va a cadere sulla quinta della tonalità (fa#-fa-mi). La sensazione particolare provocata da questo gioco armonico venne citata, in parole e musica, per esempio anche da Cole Porter nel suo brano Ev'ry Time We Say Goodbye del 1944, divenuto poi uno dei standard Jazz: "There's no love song finer, but how strange the change from major to minor, every time we say goodbye”.

Nel caso del passaggio da maggiore a minore si tratta di un cambio di colore armonico che crea una sorta di inganno uditivo, l'orecchio si aspetta la soluzione musicale in una determinata maniera e viene però indirizzato verso un'altra tonalità, viene lasciato con una non-soluzione armonica. Nella musica classica l'abbandono delle regole tradizionali armoniche, che all'orecchio danno un senso di compiutezza, vengono abbandonate già nella seconda metà dell’ ‘800 dai compositori europei. Per primo Wagner, poi Debussy, Puccini, Stravinskj, ecc. introducono delle tensioni armoniche che si allontanano sempre di più dai modelli tradizionali, facendo sparire la certezza armonica di fondo, la prevedibilità della soluzione musicale, portando l'ascoltatore lontano, verso un'esperienza uditiva ed emotiva diversa. Ci si serve dell'ambiguità modale, come ad esempio Ravel, che fu il primo compositore a usare sistematicamente ciò che i jazzisti definiscono la blue note, ovvero, l'aggiunta di una terza minore all'accordo di settima o di nona dominante. Ciò che infine accomuna questi tentativi di rottura degli schemi, queste tecniche di dissolvimento musicale a livello armonico (ma anche nell'uso degli strumenti, se si pensa all'avvento della musica elettronica e le infinite possibilità di creare degli effetti artificiali) è la dimostrazione del fatto che lo svanire non è in sé una cosa negativa, anzi, è desiderabile in quanto permette di esplorare nuove forme di percezione, di suono. Non esiste il nulla assoluto, niente svanisce per sempre, ma viene semplicemente trasformato in altro, suono, sensazione, presenza. L'assenza di un suono ne permette la presenza di un altro.




*EDA ÖZBAKAY

È una traduttrice e linguista turco-tedesca. Intraprende studi in musicologia negli anni di formazione in Germania, si laurea a Roma in Lingua e Letteratura Inglese e Spagnola. Per Del Vecchio Editore ha tradotto opere di Çiler Ilhan e Burhan Sönmez . Scrive di musica. Redattrice di zetaesse

Zetaesse

ISSN 2611-5433

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