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Sparire dalla terra per fare la rivoluzione: intervista a Cobol Pongide

a cura di ALESSANDRO GIANNACE



"Every playground is the place where you can train to become a cosmonaut".


La rivoluzione non è un pranzo di gala, ma un piano quinquennale che permetterà all’umanità di espandersi nel cosmo più profondo. Sparire dal pianeta terra per ricominciare in un lontanissimo altrove. In tanti lo hanno raccontato in letteratura, più difficile invece trovare qualcuno che abbia accettato la sfida sul campo musicale. Viene in mente, ad esempio, il duo britannico dei Public Service Broadcasting che ha dedicato un pezzo (ballabilissimo) al cosmonauta (termine specifico utilizzato per definire gli uomini lanciati nello spazio dalla madre Russia) Jurij Gagarin. Ma tornando a orizzonti più vicini c’è un altro duo spaziale che progetta l’espatrio intergalattico. Sono i Cobol Pongide, una human-robot band che suona musica ispirata dal lontano spazio, dal retrofuturo, da robot solitari e bambini orfani. I titoli della loro discografia sono abbastanza esplicativi: “Musica per Anziani Cosmonauti”, “Filodiffusione per Ambienti in Assenza di Gravità”, “Vita da Spaziale” e - prossimamente in arrivo - “Un Mondo Meglio che Niente”.

Li abbiamo visti durante un loro passaggio sul pianeta Torpignattara, a Roma, rimanendo folgorati prima dalla strumentazione, poi dal sound: un vecchio Commodore 64 imbracciato a mo’ di chitarra elettrica che sparava onde triangolari a manetta, una serie di giocattoli (del resto essi stessi si affibbiano l’etichetta di “toy musicists”) opportunamente “patchati”, ossia modificati per suonare a comando ed entrare nel sistema di amplificazione. Un mix visivo-sonoro che ricrea sul palco un microcosmo in cui è facile immedesimarsi per chi ha almeno 30 anni. Passiamo a una breve presentazione dei componenti, prima di riportare le chiacchiere fatte su una panchina del Pigneto, a Roma (e poi gentilmente reiterate via Messenger dopo lo smarrimento del file audio, sigh!) su spazio, sparizioni e altre questioni intergalattiche. Cobol (l’unico umano della band) suona le tastiere, il Commodore 64, le console e gli altri giocattoli sonori. È laureato al Prague Institute for Harmonic and Kinematics Arts e ha fondato un centro spaziale tutto suo, nel quale i cadetti possono provare metodi alternativi di allenamento al viaggio stellare. Poi c’è Emiglino (sì, proprio lui, quello che una nota casa di giocattoli ci spacciava come fedele assistente. In realtà dopo averci parlato abbiamo scoperto che la sa molto lunga..) che è la voce robotica della band, il frontbot ama definirsi, quello che noi umani chiameremmo il leader. Canta con un cavo audio ben piantato in testa e ha una pagina Facebook tutta sua, nonché un disco con le sue canzoni preferite.

Ciao Cobol, come nasce la tua passione per la tematica spaziale?

Per me il cosmo è sempre stato una possibile alternativa politica al conflitto: il sottrarsi, lo sparire. Abbandonare questo pianeta e ricominciare altrove. Ho studiato allora per diventare un cosmonauta. Poi dopo la caduta del muro molti di noi si son trovati senza un impiego e invece d’attendere che la nuova agenzia spaziale mi rimettesse sul suo libro paga (cosa che non è mai avvenuta)

ho deciso di fondare un mio centro spaziale il CCC: Cobol Cosmo Center.

Come, quando e perché hai pensato di tramutarla in musica?

Il legame tra musica e spazio è da sempre indissolubile. Ogni band che si rispetti ha almeno un brano che parla di spazio. Mi sono chiesto perché? Probabilmente dipende dal fatto che nello spazio extraterrestre la vibrazione non può essere trasmessa e proprio questa assenza di possibilità attrae, lega, musica e cosmo; un po’ come quelle persone che s’ostinano a fare le cose che gli riescono peggio o a innamorarsi del loro peggior nemico. È una vocazione negativa, un volo pindarico e anche serio autolesionismo.

La band vera e propria nasce nel 2009 quando incontrai il robot Emiglino Cicala ideologo della band e cantante part-time. Fu lui a suggerire di mettere in piedi una band. Una band con un cantante robot non può che fare musica dedicata al cosmo o ai dinosauri.

Qual è il significato dei giocattoli che usi, ci fai una lista di quelli che utilizzi?

I giocattoli musicali mi piacciono perché sono caratterizzati da orribili limiti armonici. Per farli suonare decentemente ti devi impegnare e sbatterci la testa. Spesso li devi rompere. Nonostante ciò continuano a gracchiare e a suonare spigolosi, ostili e senza bassi.

Ho iniziato suonando solo giocattoli; ad esempio nel primo disco “Musica per anziani cosmonauti”. Attualmente integro giocattoli e strumenti più propriamente detti.

I giocattoli musicali che preferisco: la Casio vl-1 e il Commodore 64 (giocattolo in senso lato) su tutti. Utilizzo molto le tastierine anni Ottanta della Bontempi e sempre degli anni Ottanta le tastierine square wave giapponesi e tedesche.

Parliamo ora del concetto di sparire. Il fascino per i racconti fantascientifici è/era un modo per “sparire” dalla realtà rifugiandoti in una tua fantasia (un’immagine del tipo “il cosmonauta che sparisce nello spazio, verso orizzonti sconosciuti”, ti ci rivedi?)

Leggo molta (solo) fantascienza in campo narrativo. Se l’intendessi come fantasia consolatoria non la leggerei. La fantascienza è prefigurazione quasi sempre in bilico con la prospettiva rivoluzionaria del far tutto a pezzi e ricominciare. In questo senso io intendo la fantascienza come la sparizione delle condizioni attuali e temporanee del mondo in cui vivo. A parti invertite tutti coloro che hanno politicamente immaginato un mondo diverso hanno fatto fantascienza e esercizio di sottrazione da questo di mondo. Io mi rispecchio in visioni prefigurative in cui i cosmonauti (non gli astronauti) elaborano piani quinquennali per espandere l’umanità nel cosmo abbandonando a se stesso il pianeta Terra.

Una domanda per Emiglino: in molti credono che i robot faranno la rivoluzione e il genere umano sparirà dalla terra, ci dobbiamo preoccupare?

01010011 01100101 00100000 01110100 01110101… pardon: alcuni di voi non parlano il binario. Dicevo: se tu ti guardi allo specchio ti accorgerai che in questo preciso momento indossi almeno due robot. Se siete preoccupati dalla prospettiva che i robot potrebbero conquistare il mondo è mio dovere farvi notare che si tratta di una preoccupazione un po’ tardiva. Quanto alla sparizione del genere umano: al momento non ho letto alcuna circolare a riguardo..


*ALESSANDRO GIANNACE

Giornalista, scrive di sport e scommesse. Spesso in cucina, a volte dietro i giradischi. Non ama le note biografiche, ma per noi ha fatto un'eccezione...

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ISSN 2611-5433

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