• Zetaesse

Carte d'imbarco #12

di MATTEO PICCIONI



FERIA D'AGOSTO

Cesare Pavere, Torino 1945



Zetaesse, Matteo Piccioni. I primi amori, Il mare e la campagna, le avventure: l’estate era il momento dell’anno in cui diventavamo un poco più grandi. E questo preannuncio dell’età adulta o questo esercitarsi a diventare adulti è raccontato da Pavese in Feria d’Agosto
Giuseppe Capogrossi, Ballo sul fiume (1935-36), Collezione Elena e Claudio Cerasi – Palazzo Merulana, Roma

L’estate è la stagione dell’infanzia e dell’adolescenza: il mare e la campagna, “i provinciali bagni al fiume”, come cantano i Baustelle, e i primi amori che sono “qualcosa di fragile come le storie passate”, raccontati da Guccini; i giochi, le avventure, le scoperte. Il pensiero dell’estate, nel me cresciuto, porta con sé la malinconia del tempo passato e della spensieratezza dei pomeriggi agostani appiccicosi, ritmati dal frinire delle cicale, e passati ad attendere la sera, quando si usciva per ritrovarsi. L’estate era per noi il momento dell’anno in cui diventavamo un poco più grandi.

Questo preannuncio dell’età adulta o, se si vuole, questo esercitarsi a diventare adulti durante la bella stagione, caratterizza le prose e le riflessioni che compongono Feria d’Agosto di Cesare Pavese, pubblicato da Einaudi nel novembre del 1945, uno dei libri più compiuti dello scrittore piemontese, sebbene costituito da testi erratici scritti tra il 1941 e il 1944. Tale essere unitario nel frammento – “sineddotico” si potrebbe dire – è la forza del libro, perché Feria d’agosto rappresenta la dichiarazione di poetica di Pavese. Una prosa asciutta ma musicale, a tratti onirica, intrisa anche di espressioni o costruzioni dialettali, che rivela in parte la familiarità con la letteratura americana e in parte il retaggio della attività di poeta dello scrittore, accompagna la sua personale costruzione del mito e del sacro che ritrova nella campagna piemontese, arsa dalle estati torride e rinfrescata dalle acque fiumane, nel mare ligure (per lo più evocato), ma anche nella famiglia e nella dimensione domestica, gli elementi ambientali archetipici nella formazione dell’uomo e della donna moderni.

Ogni racconto traccia un filone narrativo che sarà poi sviluppato da Pavese nei romanzi. Nelle tre parti di cui si compone Feria d’agosto (Il mare, La città, La vigna) e che quasi corrispondo alle tre età di ingresso nel mondo adulto, si rincorrono infatti i temi che puntellano l’intero lavoro poetico dello scrittore: il ritorno al paese natio, le estati in collina o al mare, le barche al fiume, le feste, i riti quasi selvatici altrove non permessi (l’infanzia) contrapposti in senso liberatorio alla dimensione cittadina, dove a dominare sono le scorribande giovanili, l’esistenzialismo precoce e la scoperta che diventare grandi non è sempre cosa facile (l’adolescenza).


Il giorno in cui ci si accorge che le conoscenze e gli incontri che facciamo nei libri, erano quelli della nostra prima età, si esce d’adolescenza e s’intravede se stessi. C’era in noi un tesoro che non sapevamo, un accumulo di lente abitudini cui d’improvviso scopriamo un viso nuovo, sorprendente, ricco di tutto il fascino e l’arcano del mondo della fantasia. [L’adolescenza (1943-44), 1945]

L’estate come stagione della giovinezza che avanza sempre più dolorosamente verso la consapevolezza della maturità, assieme alla fine della purezza e del candore infantili, sono al centro de La bella estate, romanzo breve che dà il titolo all’omonima raccolta uscita nel 1949 e per il quale Pavese vinse il Premo Strega nel 1950, poche settimane prima del suicidio. La bella stagione è il momento della scoperta, come si è detto, dell’illusione, ma anche della maturazione repentina e violenta, per la quale spesso non si è pronti e a cui si tenta di reagire e difendersi, come accade a Ginia, la giovane protagonista. L’estate bella – sembra ammonirci Pavese – è quella dell’illusione forse ancora troppo innocente, della libertà con cui ci si abbandona alla festa e al fluire aleatorio degli eventi, dello stordimento dei primi amori che durano il tempo di una feria d’agosto, prima dello scontro duro con la realtà e delle disillusioni che l’età adulta porta con sé in autunno.


A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline [La bella estate (1940), 1949]



*MATTEO PICCIONI

È storico dell’arte e si occupa di cultura artistica e visiva del “lungo Ottocento” (1789-1914) e di arte contemporanea. Ha scritto sulla storia della rappresentazione domestica, sulla storia della critica d’arte del Novecento, sulla storia dell’illustrazione tra XVIII e XX secolo, sul rapporto tra immagini e letteratura.

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