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Breve storia della papera Penelope

di SERENA ALESSI


Tra le diverse etimologie del nome Penelope, la più accreditata dalla tradizione filologica è che provenga da πηνέλοψ, termine che indica un tipo di anatra (ancora oggi detta Anas Penelope). Non è un caso che il personaggio omerico si chiami così: una variazione del mito riporta, infatti, che quando Penelope bambina fu gettata in mare dal padre un gruppo di anatre accorse a salvarla.

Dell’etimologia del nome e del racconto sulle anatre dal misterioso significato era a conoscenza Alberto Savinio, che tra il 1930 e il 1945 dipinge almeno sei tele e due schizzi intitolati Penelope. A questi si possono aggiungere altri lavori che, con titoli diversi – La fidèle épouse (1930-31), La vedova (1931), La fidanzata abbandonata (1931) – ritraggono lo stesso soggetto: una donna con la testa di uccello – di solito uno struzzo o un pellicano – che aspetta seduta accanto a una finestra.


A ben vedere, la scelta non è solo conferma della tendenza di Savinio a mescolare tratti umani e animali nei suoi lavori. Perché Savinio rappresenta Penelope in due modi. Nel primo caso, quello dei dipinti riportati qui sopra, la nobiltà della regina di Itaca, l’archetipo usato nei secoli per declinare le virtù muliebri più convenienti ai mariti, non c’è più: al suo posto c’è una figura mezza donna e mezza papera. È qui, in questa collisione tra antico e moderno, tutta la cifra dell’opera saviniana; è così che Savinio si beffava di chi non aveva ancora capito che la modernità non è tempo per gli eroi (e per le eroine). Il regime fascista costruiva sul mito il suo discorso nazionalistico, e lui diseroicizzava uno dei miti fondanti delle civiltà mediterranee, facendo di Penelope una papera e di Ulisse un uomo normale che non vuole più essere considerato un eroe (si veda L’Ulisse sfinito di Alberto Savinio di Andrea Amoroso).

L’altro modo con cui Savinio rappresenta Penelope è quello del dipinto dall’omonimo titolo del 1933.

È vestita in modo borghese, con cappello, collana di perle e fede al dito: questa è la Penelope di Capitano Ulisse (1934). Nel testo teatrale, al contrario di suo marito, Penelope si sente ancora un’eroina, e per questo motivo è talmente poco interessante che in realtà sulla scena non compare mai. Penelope è solo una voce in Capitano Ulisse, una voce che chiama disperatamente il marito e non riceve risposta: è la triste impossibilità per Ulisse di essere capito. Penelope è così data per scontata da Ulisse, che “alla più domestica delle donne” associa “la più domestica delle suppellettili”: l’orinale, è questo infatti il soprannome di Penelope. È così che Savinio (per cui i nomi erano molto importanti, si era addirittura dedicato a raccogliere personalissime voci e neologismi in una Nuova Enciclopedia) rinomina Penelope, e rinominandola le dà un nuovo significato. Un significato denigratorio sì, ma interessantissimo per la parabola del personaggio Penelope. Già nel mondo latino alla povera donna avevano dimenticato di affiancare l’epiteto con cui l’aveva resa grande Omero: saggia. Nei secoli, Penelope era diventata sempre più “pia” e “intemerata” (Ovidio), la “casta mogliera” (Petrarca) da inserire nei cataloghi delle donne eccellenti dell’antichità (così in Boccaccio). Insomma, ci si era dimenticati dell’astuzia con cui aveva ingannato marito e pretendenti, della perseveranza con cui aveva governato sola l’isola di Itaca, della misteriosa vaghezza delle sue intenzioni nell’Odissea, e la si era fatta diventare un qualcosa a metà tra una santa e una noiosa casalinga. Savinio la riporta al grado zero: ne fa un personaggio talmente inutile che non compare neanche sulla scena.

Savinio ci dice due cose su Penelope: che non ha più senso continuare a parlare di lei come di una donna esemplare e che è molto più divertente se la si fa diventare altro. E probabilmente è anche grazie a Savinio se diversi scrittori e scrittrici dopo di lui si sono chiesti: chi è Penelope oltre ad essere la moglie di Ulisse? Cosa ha fatto mentre aspettava il marito? Cosa rappresenta la sua tela? Le risposte (parziali) sono in questa piccola e modernissima bibliografia sull’argomento:

- ATWOOD Margaret, The Penelopiad (Edimburgo: Canongate, 2005).

- BENNI Stefano, Achille piè veloce (Milano: Feltrinelli, 2003).

- CALZINI Raffaele, La tela di Penelope (Milano: Mondadori, 1922).

- CARAVERO Adriana, "Penelope", in Nonostante Platone: figure femminili nella filosofia antica (Verona: Ombre Corte, 2009).

- FARABBI Anna Maria, La tela di Penelope (Faloppio: LietoColle, 2003).

- LA SPINA Silvana, Penelope (Milano: La Tartaruga, 1998).

- LECLERC Annie, Toi Pénélope (Arles: Actes Sud, 2001).

- LO RUSSO Rosaria, Penelope (Napoli: Edizioni d’If, 2003).

- MALERBA Luigi, Itaca per sempre (Milano: Mondadori, 1997).

- MORAVIA Alberto, Il disprezzo, (Milano: Bompiani, 2013).

- TAROZZI Bianca, "Variazioni sul tema di Penelope", in Il teatro vivente: poesie e racconti in versi 1985-2007 (Milano: Libri Scheiwiller, 2007), pp. 15-28.

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*SERENA ALESSI

(Catania, 1987) si occupa di letterature e femminismi. Ha vissuto in Inghilterra, Francia e Belgio, al momento risiede e lavora all’Accademia Britannica di Roma. Collabora col blog CriticaLetteraria e col programma di Rai1 Milleeunlibro.

Academia.edu

Twitter: @serealessi

Zetaesse

ISSN 2611-5433

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