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Carte d'imbarco #17

  • 8 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

di DIEGO FERRANTE




TECNICHE DI NASCONDIMENTO PER ADULTI (2024)

Carmen Gallo


Zetaesse, Carta d'imbarco di Diego Ferrante dedicata a Tecniche di nascondimentimento per adulti di Carmen Gallo
Francesca Woodman, Self-Deceit 6, Roma (1978)

Da bambini si impara subito. Trattenere il fiato. Ascoltare i passi. Capire se si è stati scoperti, e quando è il momento di correre. Il nascondino ha una grammatica precisa. Insegna a osservare, a prevedere le mosse degli altri, a scegliere quando restare fermi e quando fuggire. Poi si cresce e ci si convince di avere smesso. Ma certe situazioni riportano intatta quella sensazione – cercare con lo sguardo le uscite, valutare le distanze, misurare quanto si può stare ancora dove si è.

Tecniche di nascondimento per adulti di Carmen Gallo (Italo Svevo) prende avvio da questa esperienza. Ha la forma di un manuale: capitoli brevi, avvertimenti, esempi, fotografie in bianco e nero che intervallano le sezioni. Bisogna stare attenti a dove ci si nasconde, ma soprattutto a come, perché non tutti i nascondimenti sono felici.

C'è sempre qualcosa da cui ci si nasconde. Gallo lo chiama nemico, ma ne lascia i contorni volutamente mobili. Per ciascuno prende forme diverse. Accanto a lui torna spesso un verbo duro, animale, sbranare. Come se il linguaggio della fuga fosse ricondotto a una dimensione primaria, dove conta soltanto il calcolo della sopravvivenza. Si valuta il pericolo. Se necessario, si fugge.

Gli stratagemmi si moltiplicano. Diventare invisibili, mimetizzarsi nell'intonaco del soffitto o nei pianerottoli all'ultimo piano. Abitare gli angoli, gli stipiti. Nascondersi in una fobia, in un treno, nella tempia contro il finestrino mentre fuori scorrono i fari. Nascondersi in una promessa, per Gallo il nascondiglio più subdolo, perché dentro una promessa esistono solo il passato e il suo futuro, e il presente scompare del tutto.

C'è poi l'autotomia, la capacità di certi animali di lasciare al predatore una parte non vitale per guadagnare la fuga. La coda che continua a dimenarsi mentre il resto scappa. La parte mutilata ricrescerà – alcune lumache di mare arrivano a sacrificare la testa, e il corpo la rigenera in venti giorni.

Forse è qui che il libro tocca qualcosa di più difficile da nominare. Non tanto la paura di essere feriti o sbranati, quanto quella di perdere la propria forma. Ci sono modi violenti di andare in pezzi e modi quasi impercettibili. Una frattura improvvisa oppure un allontanarsi poco a poco da sé, lasciando parti sparse lungo il percorso.

Guardando le fotografie in bianco e nero che intervallano le sezioni, mi è tornata in mente Susan Sontag. Scriveva che fotografare significa partecipare della vulnerabilità di ciò che si ritrae. Ogni scatto isola un istante e in questo gesto ne attesta la perdita. Una forma di attenzione che sa già di arrivare tardi. Nascondersi funziona in modo simile e forse in modo simile fallisce. Nelle fotografie di Gallo compaiono oggetti quotidiani e figure che guardano da dentro verso fuori o da fuori verso dentro. Non sono un corredo illustrativo, ma mostrano il momento in cui proteggersi ed esporsi diventano quasi la stessa cosa.

Ogni nascondiglio deve restare reversibile perché nascondersi troppo a lungo è un'altra forma lentissima di morte. Il mimetismo salva, ma rischia di cancellare. Il libro si muove dentro questa tensione senza poterla risolvere. Il problema non è nascondersi: è capire quando uscire.

Per questo Tecniche di nascondimento per adulti non è un manuale per scomparire. È un manuale per tornare. Ogni rifugio, ogni forma di invisibilità, vale soltanto in rapporto a quel movimento inverso, uscire dal nascondiglio. Restare abbastanza lontani da non essere raggiunti, abbastanza vicini da poter fare ritorno. La regola, anche da adulti, non cambia: “a un certo punto il gioco finisce e si esce tutti fuori”.

Nel nascondino c'è sempre un momento così. Un corpo che si ritrae, un corpo che ascolta. Non si è più davvero nascosti. Non si è ancora pronti a tornare. Il fiato, il batticuore, l'attesa di un segnale. Forse è per questo che il libro somiglia all'estate, alle ore ferme del pomeriggio. Alle stanze troppo calde. A una notte trascorsa cercando di non confondere la distanza con la salvezza. “It would help to be completely ready, waiting by the door, it would make thing easier.”




*DIEGO FERRANTE

Scrive di filosofia, arti visive e scienze umane. Ha curato la traduzione dall'inglese di testi di teoria politica e oggi cura mostre, libri e progetti editoriali dedicati alla fotografia e all'arte contemporanea. Si nutre di letture, di arte e foglie di tè. Talvolta ne legge il fondo. È tra i fondatori di zetaesse. Non sa far nodi, non sa scioglierli.

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