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Carte d'imbarco #16

  • 27 lug
  • Tempo di lettura: 2 min

di ILARIA D'ADAMO


Carta d'imbarco di Ilaria D'Adamo dedicata a Rock Bottom di Robert Wyatt

ROCK BOTTOM (1974)

Robert Wyatt



Un tuffo. Un’ultima boccata d’aria. La luce diventa più gentile, i suoni più distanti, il corpo più leggero. Per un attimo i pensieri si allontanano per poi tornare in un pendolo surreale in cui si cade verso un fondo che pare senza fine e poi si è sorpresi da una dolce risalita. Rock Bottom è un album che Robert Wyatt concepì dopo un evento drammatico: nel giugno 1973, durante una festa, cadde dal terzo piano e perse l’uso delle gambe. Da batterista impossibilitato a suonare grancassa e charleston, Wyatt cucì su di sé un nuovo modo di fare musica basato su chitarra, percussioni e tastiera e utilizzando la voce come strumento musicale.

Già dal primo brano dell’album, Sea song, si ha la sensazione di essere sott’acqua e di scivolare verso profondità dense e buie: man mano che si avanza nell’album, sia il testo che la musica diventano sempre più deliranti come nel brano Little Red Riding Hood Hit the Road, dove le trombe di Mongezi Feza richiamano una dimensione onirica, e in Alifib dove il groove è dettato da un ansimare stanco e speranzoso. I sensi sono quasi persi; l’unica spinta vitale che resta è l’amore per sua moglie Alfie.

 

I can't forsake you Or forsqueak you Alifi my larder

 

Da qui, dopo aver esplorato la parte più intima di sé, Wyatt è pronto a risalire verso la superficie e affrontare una nuova fase della sua vita.

Wyatt è stato uno dei padri e indiscusso protagonista della scena di Canterbury, prima nei Soft Machines e poi nei Matching Moles. Con Rock Bottom, segna la storia del rock e intraprende un percorso artistico da solista più introspettivo e sperimentale; esplora un nuovo modo di fare musica che sfugge ad etichette troppo strette e riesce a comunicare trasversalmente ai generi musicali e alle generazioni, restando ancora oggi un punto di riferimento per artisti lontani da quel mondo .

Certe estati chiedono leggerezza. Altre chiedono soltanto il tempo di rallentare. Rock Bottom appartiene a questa seconda categoria: non ha fretta di riportarti in superficie, non ha paura di restare sul fondo il tempo necessario. Il corpo risale verso la superficie, alleggerito dell’inessenziale. È lì, in quella sosta, che la musica di Wyatt trova una forma nuova. E forse è proprio per questo che, quasi senza accorgercene, cambia anche il nostro modo di respirare.





*ILARIA D'ADAMO

Docente di matematica di giorno, boardgamer di sera. Appassionata di musica e in particolare di percussioni, studia batteria, suona gli steel drums e strimpella l’ukulele

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