Carte d'imbarco #15
- 21 lug
- Tempo di lettura: 3 min
di ALESSANDRA D'ANTONIO
LA FORMICA ARGENTINA (1952)
Italo Calvino

Non è più il caldo torrido. Non è l’indaco arancio-rosato del cielo alle nove di sera e quella curiosa percezione di un tempo dilatato. Non sono più i gelati o i ghiaccioli. I rivoli di sudore o l’epifania attesissima delle zanzare trapana-sonno. Oramai da due anni, nessuno di questi segnali mi annuncia più l’inizio ufficiale dell’estate.
I messaggeri silenziosi dell’avvenuto ingresso nella stagione del sole battente sono in casa mia degli esserini cilindromorfi e antenne-muniti. Quando una famigliola di formiche inizia allegramente a zampettare tra piani cucina, credenze, mobilio e pavimenti di stanze svariate, allora e solo allora l’estate può dirsi di fatto cominciata.
Nessuna mirmecofobia e niente di personale contro le formiche, che anzi stimo e invidio non poco per le loro efficientissime orchestrazioni operative. È solo che svegliarsi ogni mattina e imbattersi in neri girotondi puntiformi negli angoli più impensabili della casa rimasti immacolati fino al giorno prima, al minuto prima, al secondo prima; non avere la minima idea o geniale intuizione del punto di origine di questo ballo formichesco; ostinarsi accanitamente a pulire e a ripulire, per poi vedere i piccoli ospiti tornare ogni volta indisturbati, a quanto pare vaccinati contro le polveri anti-formiche; ecco, tutto questo genera un senso di frustrazione di fronte a un problema senza apparente rimedio.
Mi sono buffamente rivista in quell’isteria impotente e furiosa che Calvino condensa in toni tragicomici nella quarantina di pagine de La formica argentina. E ho pensato che questa lettura – o rilettura per chi già conosce il racconto – funzionerebbe benissimo come esperienza di rilascio catartico per la stagione estiva che tanto ci invita a respirare.
Immaginate di essere voi i protagonisti di questa storia, marito moglie e figlioletto in fasce. Immaginate di esservi appena trasferiti in una casetta di campagna, con quel carico di speranze e aspettative comunemente associato ai nuovi inizi. Le premesse sono ottime: il cielo, il verde, l’aria, i muriccioli e le osterie, con i suoi frequentatori gradassi e urloni, trasudano tutti una contentezza spensierata e leggera. E invece questa casetta, quest’orticello e l’allegro paesino si rivelano improvvisamente un enorme indistruttibile formicaio vivente, un contenitore di bestioline che informicano indemoniate ogni cosa.
Interno ed esterno sono un unico velo nero, ed è in effetti impossibile non immedesimarsi in questa famiglia, non ritrovarsi simbioticamente uniti con le sensazioni della voce narrante, che è quella del giovane marito. Perché quella che Calvino mette in atto all’ennesima potenza è una scrittura magistralmente sensoriale. Queste formiche, le vedrete inerpicarsi in fila fitta sul muro, tra le provviste, sulle tazze nell’acquaio; le sentirete fisicamente pizzicarvi il corpo ed entrarvi nelle orecchie, e alle vostre narici arriverà l’odore acidulo delle bianche polverine insettifughe. È una lettura che vi fa vibrare di prurito, senza posa, e la scelta esasperata di dormire col materasso sopra al tavolo per trovare un po’ di pace sarà anche vostra.
Questa è una piaga comune, riguarda tutti. Ognuno dei compaesani si adopera grottescamente nelle soluzioni più bizzarre e più astruse, nelle opere di ingegneria più sofisticate. Eppure, lo si fa in modo compiaciuto, quasi per divertimento, con quell’atteggiamento di bonaria rassegnazione di chi accetta di convivere con il problema o addirittura lo nega. Esattamente come i protagonisti, vi sentirete quindi paradossalmente soli e inascoltati, come se foste gli unici a percepire la gravità di un’invasione di cui anche gli altri si lamentano, ma che hanno in fondo normalizzato per inevitabile assuefazione.
Giustamente, vi chiederete cosa possa esserci di catartico in una narrazione a tratti quasi asfittica. Pensate però alla formica argentina come a una vostra formica metaforica – nel mio caso nemmeno troppo – su cui vi siete incaponiti accanitamente. Lasciatevi allora immergere in questo assurdo gioco al parossismo.
Arriverete a un estremo limite di ipersaturazione. Vivetelo, sentitelo tutto. Ma poi, dopo questo punto massimo, fermatevi, trattenete il fiato e seguite la terza via dei protagonisti. Camminate con loro nella leggerezza delle azioni semplici e fatevi inebriare dall’aria ramata e salmastra di questo paesino vicino al mare.
Quindi, espirate lungamente e lasciate andare.
*ALESSANDRA D'ANTONIO
Filologa classica di formazione, studia testi latini, soprattutto se sono satirici e fanno ridere. Da poco ha stretto amicizia con il teatro e le piace scrutare i volti delle persone dall'obiettivo di una macchina fotografica. Ogni tanto disegna acquarelli di parole






