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RADICI

“[...] mentre la scrittura in prima persona è per me,

almeno nelle intenzioni, un lavoro lucido, consapevole e diurno,

mi sono accorto che la scelta delle proprie radici è invece opera

notturna, viscerale e in gran parte inconscia” 

Primo Levi, Ricerca delle radici


Offrono stabilità. Tessono legami e relazioni. Le radici procedono secondo un tragitto difficile da pronosticare. Nella maggior parte dei casi agiscono senza esser viste e quando si prova a dissotterrarle ecco comparire un mondo sorprendente: pezzi di terra, ricordi d’infanzia, canali recisi, simbiosi inconsapevoli. Zetaesse lancia la nuova call, invitandovi alla ricerca delle #radici che ci nutrono o invadono. La deadline è il 27 novembre.

 

Chi fosse interessato e desiderasse proporre un articolo, materiale fotografico o video, illustrazioni  può farlo scrivendo a redazione@zetaesse.org o caricando il file sul modulo in coda alla pagina.

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  • Abstract (circa 100 parole).


GLOSSARIO

assorbire; estrazione; etimo; frutto; mandragora; micorriza; nervo; nutrimento; origine; pattern; radicale; rete; rizoma; suolo; trapiantare.

assorbìre v. tr. [dal lat. absorbēre, comp. di ab e sorbēre «sorbire», con mutamento di coniug.] – 1. Attirare e accogliere dentro di sé, riferito spec. a corpi spugnosi che s’impregnano di umori: la spugna assorbe l’acqua; tessuto che assorbe l’umidità; estens., sostanze che assorbono la luce, il calore, ecc. 2. Altri usi estens.: a. Annettere, inglobare: c’erano ... non più case operaie, ma baracche di campagna che la città aveva assorbito (Pavese). b. letter. Inghiottire, ingoiare: morì Faraone ... assorbito dai gorghi dell’Eritreo (Segneri). 3. fig. a. Assimilare, fare proprio: i Romani assorbirono la civiltà greca. b. Consumare, sottrarre: la lavastoviglie assorbe più energia di altri elettrodomestici. c. Impegnare, tenere occupato: le cure per la famiglia lo assorbono completamente; a. l’attenzione, l’interesse; assorbito continuamente ne’pensieri della propria quiete, non si curava di que’ vantaggi (Manzoni). d. Con accezioni partic. nel linguaggio econ.: a. mano d’opera, impiegarla: le grandi industrie assorbono tutta la mano d’opera disponibile nella regione.

estrazióne s. f. [dal lat. mediev. extractio -onis, der. di extrahĕre «estrarre»]. – 1. L’atto di estrarre, e l’operazione con cui si estrae: e. di un dente; l’e. del radio dalla pechblenda, ecc. Nell’arte mineraria, operazione con la quale il minerale abbattuto nei cantieri di coltivazione è portato in superficie. Nel linguaggio banc.: e. dalla cassa, prelevamento dai locali o mobili corazzati del numerario occorrente ai cassieri per le operazioni giornaliere. Di cose estratte a sorte: e. della lotteria; estrazioni del lotto, l’elenco delle serie dei numeri estratti per le diverse ruote. 2. Nel linguaggio scient. e tecn.: a. In matematica, e. della radice quadrata, cubica, ecc., procedimento mediante il quale si determina la radice quadrata, cubica, ecc., di un numero. b. In fisica, processo in virtù del quale elettroni o ioni vengono strappati dalla superficie di un corpo: energia di e., l’energia a ciò occorrente. d. In medicina, e. dentaria, l’avulsione di un dente; e. del feto, nel parto, attuata con varî metodi ostetrici. 3. Origine, condizione sociale, nelle locuz.: gente di e. popolare, di vile e., di ogni estrazione. In questo sign. (diffusosi dalla 2a metà del sec. 17°), la parola risente l’influenza del fr. extraction e dell’ingl. extraction.

 

ètimo s. m. [dal gr. ἔτυμον, neutro sostantivato dell’agg. ἔτυμος «vero, reale»]. – 1. Presso i filosofi e i grammatici greci e latini, il significato «vero», «reale» di una parola, che veniva ricercato attraverso una connessione, spesso arbitraria, tra la forma della parola stessa e l’oggetto da essa indicato (come quando Elio Stilone, grammatico latino del 2°-1° sec. a. C., intendeva il lat. vulpes «volpe» come sincopato per volipes «che vola con i piedi», in considerazione della velocità dell’animale). 2. Nella linguistica moderna, la forma più antica alla quale sia possibile risalire nello studio della storia di un vocabolo, o anche questa storia stessa, cioè l’etimologia, sia pure limitata al confronto di una parola con una sua forma precedente nel tempo.

 

frutto s. m. [lat. frūctus -us, der. di frui «godere»]. – 1. a. In botanica, in senso stretto, è l’ovario delle angiosperme, più o meno modificato e accresciuto, che contiene i semi maturi; consta del pericarpo o parete del frutto, delle placente su cui sono inseriti i semi, ed eventualmente di setti che dividono la cavità del frutto in due o più logge. In senso lato, è il complesso delle parti del fiore, e talora di organi vicini, che persistono, più o meno modificati, dopo la fecondazione e accompagnano o racchiudono i semi fino alla loro maturità, liberandoli poi o staccandosi con essi dalla pianta. b. Nel linguaggio com., si dà il nome di frutto soprattutto a quelli commestibili: alberi, piante da frutto; f. acerbo, maturo; cogliere il f. quand’è maturo, fig., approfittare dell’occasione al momento giusto; f. di stagione. F. proibito, propriam. quello dell’albero della conoscenza del bene e del male che fu vietato ad Adamo ed Eva nel paradiso terrestre; in senso fig., qualsiasi cosa che, per essere proibita, eccita maggiormente il desiderio. c. Con sign. più ampio, tutto ciò che la terra produce per alimento degli uomini e degli animali: nutrirsi dei f. del proprio campo. 2. estens. Frutti di mare, nome che si dà comunem. ad alcuni animali marini, soprattutto ai molluschi che vivono attaccati agli scogli e che, per lo più, si mangiano crudi. 3. In alcune locuz., il prodotto del concepimento nell’uomo e negli animali, quindi figlio, prole: il f. delle sue viscere; il f. dell’amore; 4. fig. a. Prodotto, in genere: tutto ciò che ha detto, è puro f. di fantasia. b. Risultato, effetto: godere i f. di una lunga pace; soprattutto quando sia benefico, utile, proficuo: i f. della carità; i f. di un buon insegnamento. c. Quanto l’uomo ricava dalla sua attività, e, più genericam., profitto, utile, vantaggio: raccogliere qualche f. delle proprie fatiche; vivere con i f. del proprio lavoro, del proprio ingegno. d. Nel linguaggio giur. ed econ., qualsiasi bene prodotto, con o senza l’intervento dell’uomo, da altri beni. In partic., anche nel linguaggio com., il reddito del capitale: investimento che dà un buon f.

 

mandràgora (o mandràgola) s. f. [dal lat. mandragŏras, s. m., gr. μανδραγόρας, di etimo incerto]. – Genere di piante solanacee comprendente poche specie, tra le quali due presenti anche in Italia: Mandragora officinarum, che vive nei boschi di latifoglie e fiorisce in primavera, e M. autumnalis con fioritura in autunno, che si trova nei campi o in luoghi incolti e aridi; sono piante con caule molto ridotto o mancante, foglie a rosetta avvolgenti i fiori peduncolati. La radice della mandragora primaverile assume spesso un aspetto antropomorfo, che le ha fatto attribuire virtù magiche e proprietà afrodisiache; contiene inoltre diversi alcaloidi. Alle presunte proprietà afrodisiache e fecondanti della pianta fa riferimento il Machiavelli nella sua celebre commedia intitolata appunto La mandragola (1518): non è cosa più certa ad ingravidare una donna che dargli bere una pozione fatta di mandragola (a. II, sc. 6a).

 

micorriża s. f. [comp. di mico- e -riza]. – In botanica: 1. Particolare forma di simbiosi tra il micelio di un fungo e le radici di una pianta superiore: il fungo aumenta la capacità di assorbimento di nutrienti dal terreno da parte della pianta, che, a sua volta, fornisce al fungo sostanze organiche da essa prodotte. Si distinguono m. endotrofiche, in cui le ife del fungo penetrano nelle cellule della corteccia della radice, e m. ectotrofiche, in cui le ife fungine rimangono attorno alla radice, impedendo la formazione di peli radicali e sostituendoli nella funzione di assorbimento. 2. L’organo complesso che ne risulta, ossia la radice infungata, talora modificata anche nell’aspetto macroscopico.

 

nèrvo s. m. [lat. nĕrvus (gr. νεῦρον) «tendine, muscolo; forza, vigore» e nel lat. mediev. «nervo» (come filamento nervoso)]. – 1. a. In anatomia, elemento costitutivo del sistema nervoso periferico, che ha la funzione di trasmettere gli impulsi nervosi, e le cui proprietà fondamentali sono pertanto l’eccitabilità e la conduttività; è formato essenzialmente di fibre (prolungamenti dei neuroni), avvolte da proprie guaine, che si riuniscono in fascetti e in fasci per formare un cordone rivestito da una membrana connettivale. b. Per la funzione che il sistema nervoso, di cui i nervi sono parte integrante, ha nelle reazioni emotive, il termine appare in numerose locuz. d’uso assai frequente e di sign. vario: essere forte, saldo di nervi, avere i n. d’acciaio; soffrire, essere malato di nervi, essere affetto da nevrastenia, o da malattie nervose (nel sign. generico di questa espressione); avere i n. scoperti, a fior di pelle, essere irritabile, facile a scattare, a perdere il controllo di sé; avere i n. a pezzi, essere psichicamente stanco, esaurito; urtare, irritare i n., far venire i n.; tensione di nervi, o nervosa, stato emotivo; calmare, distendere i n., trovare riposo, rilassarsi dopo momenti o periodi di irritazione, di malumore o di tensione. In partic., guerra dei n., ogni forma di azione o manifestazione ostile intesa a intaccare il morale dell’avversario e a logorarne la resistenza. 2. Con altri sign. che la parola aveva già in latino: a. Nel linguaggio fam., muscolo, e, più spesso, tendine: mi s’è accavallato un n.; un taglio di carne (macellata) che è tutto nervi. b. In usi fig., al plur., vigore, forza, gagliardia: un uomo tutto nervi, magro, dinamico, rapido nella decisione e nell’azione; dove io per perdere i n. e la persona fui (Boccaccio). 3. estens. a. In botanica, ciascuno dei fasci fibrovascolari (detti anche vene), accompagnati per lo più da cordoni di fibre e di collenchima, dove decorrono in modo diverso, determinando così i varî tipi di nervazione. b. In legatoria, in passato, ma ancora oggi nella legatura artigianale, il supporto attorno al quale gira il filo della cucitura che serve a tenere uniti i fascicoli del libro dalla parte del dorso.

 

nutriménto s. m. [dal lat. nutrimentum]. – 1. a. L’atto, il fatto di nutrire o di nutrirsi, di somministrare ad altri o a sé gli alimenti necessarî: provvedere al proprio n., al n. della famiglia, di una comunità. b. Più spesso, in senso concr., ogni sostanza che fornisce all’organismo i principî alimentari indispensabili alla vita, allo sviluppo e al mantenimento delle diverse funzioni (sinon. quindi generico di cibo, alimento): somministrare, dare, ricevere, togliere, rifiutare il n.; le piante traggono il n. dal terreno. c. Il fatto stesso di assorbire o di far assorbire, attraverso gli alimenti, tali principî, soprattutto con riferimento alla quantità e al potere nutritivo: dare, ricevere nutrimento; n. sufficiente, insufficiente, scarso. 2. estens. e fig. a. Il fatto di alimentare, di fornire materia allo svilupparsi sia di fenomeni fisici, sia di sentimenti, e la materia che dà alimento: dare, fornire n. alla fiamma; dare n. all’amicizia, all’amore, all’ira, al dolore, alla disperazione. b. Quanto contribuisce ad arricchire le facoltà spirituali e intellettuali, e l’effetto che ne deriva: letture che danno n. (o che sono di n.) alla mente, allo spirito; chiunque desidera trovar nella poesia, oltre che il diletto degli orecchi, nutrimento per l’intelletto (Carducci).

 

orìgine s. f. [dal lat. origo -gĭnis, der. di oriri «alzarsi, nascere, provenire, cominciare»]. – 1. In genere, il primo principio, la prima apparizione o manifestazione di qualche cosa, e il modo con cui essa si è formata: l’o. della vita, dell’universo, della terra, dell’uomo; la teoria di Darwin sull’o. delle specie; l’o. delle idee, del linguaggio; l’o. del dramma. Locuz. avv. in origine, da principio, al primo manifestarsi di ciò di cui si tratta. Con accezioni più partic.: a. La realtà, il fatto da cui qualche cosa deriva, sia direttamente, sia per trasformazione: sono fenomeni diversi ma che hanno la stessa o.; l’o. di un’istituzione, di un’usanza, di un errore, di un pregiudizio. Con sign. più affine a causa: l’o. dei tumori, dell’artrosi; l’o. dei terremoti, dei fenomeni vulcanici; E per indicare il modo, il processo di formazione: rocce d’o. sedimentaria; terreno d’o. alluvionale, ecc. Dare o. a qualche cosa, far nascere, causare. b. Riferito a una famiglia può indicare la sua genealogia, la nazionalità, l’ambiente o la condizione sociale da cui proviene: famiglia di antichissima o., di nobile o., di o. oscure. Analogam. di persona singola. Luogo, paese d’o., di una persona, il paese natale suo e dei suoi antenati; di un popolo, di un animale, di una pianta, quello da cui proviene, da cui si è mosso o è stato trasportato per vivere altrove. c. Di una merce, luogo o paese d’o., quello in cui è stata prodotta o da cui comunque proviene; d. L’o. di un fiume, la sua sorgente. 2. Con senso spaziale, e più concr., il punto d’inizio di qualche cosa: l’aorta ha o. dall’orifizio arterioso del ventricolo sinistro del cuore. In matematica, o. di una semiretta, il suo punto estremo; o. delle coordinate (o punto-origine), il punto comune agli assi di un riferimento cartesiano, di solito indicato con la lettera O.

 

pattern s. ingl. [dal fr. patron (che è dal lat. patronus «patrono») nel sign. fig. di «modello»] (pl. patterns ‹pä′tën∫›), usato in ital. al masch. – Modello, schema, configurazione. Con questi sign. il termine è adoperato talvolta anche in Italia, in contesti diversi: per indicare il modello di carta per un abito (paper pattern); nel linguaggio scient. e tecn., per designare lo schema di un circuito integrato, la configurazione assunta da particolari risultati sperimentali, ecc.; in informatica, nell’espressione pattern recognition, che indica ogni tecnica elettronica volta all’individuazione automatica di oggetti attraverso loro forme, caratteri o configurazioni, e, anche, il settore dell’intelligenza artificiale che di tali tecniche si occupa; nelle scienze antropologiche, dove indica un sistema consolidato di convinzioni, comportamenti, valori (spesso detto anche pattern culturale), comune a tutti i membri di un determinato gruppo.

 

radicale agg. e s. m. e f. [dal lat. tardo radicalis, der. di radix -icis «radice»; come termine polit., ricalca l’ingl. radical]. – 1. In botanica, che si riferisce alla radice: pelo r.; apparato r.; velo r.; assorbimento r., che ha luogo da parte dei peli radicali; foglie r., impropriam., le foglie basali del fusto, che in certe piante sembrano derivare dalla radice. 2. fig. Che concerne le radici, l’intima essenza di qualche cosa: lo fondamento r. de la imperiale maiestade (Dante); nella scienza medievale, umido r., gli umori dell’organismo indispensabili alla vita. In partic.: cura r., rimedio r., che combatte il male (anche morale) fin dalle radici, nelle sue cause profonde; operazione r., in chirurgia, intervento demolitore attuato nella terapia dei tumori, inteso ad asportare non solo tutto l’organo interessato ma anche, per evitare la metastasi neoplastica, le formazioni anatomiche circostanti e dipendenti; imprimere alla propria vita un cambiamento r., una svolta r.; rinnovamento r., riforme r., che mutano o tendono a mutare un ordinamento, un’istituzione, ecc., dalle fondamenta. Di qui, partito r. (e analogam. movimenti, idee, principî, tendenze r.), in politica, nome di varî partiti europei dell’ultimo Settecento, dell’Ottocento e moderni di matrice laica e pacifista, che ha assunto negli ultimi decennî posizioni più intransigenti 3. In linguistica, elemento r., la radice di un vocabolo o di una famiglia etimologica di vocaboli. 4. In matematica, come s. m., indica genericamente ogni scrittura formata dalla radice, di indice qualsiasi, di una qualsivoglia espressione, detta radicando. In geometria, come agg., asse r. di due circonferenze, una particolare retta perpendicolare alla retta congiungente i centri delle due circonferenze. In un senso analogo si parla anche di piano r. di due superfici sferiche. 5. In chimica, come s. m., termine che indicava in origine i gruppi di atomi con funzione acida o basica (per es., NO3-, NH4+), riservato attualmente a quei gruppi di atomi che hanno valenze non sature, e si mantengono, nelle reazioni, tenacemente uniti ma non posseggono carica elettrica.

 

réte s. f. [lat. rēte]. – 1. Intreccio di fili di materiale vario, incrociati e annodati tra loro regolarmente in modo che restino degli spazî liberi, detti maglie a. R. da caccia, rete o complesso di reti per catturare animali selvatici. R. da pesca, attrezzatura per la cattura di pesci e altri animali acquatici formata da una o più reti. In senso fig., letter., rete d’amore, r. amorosa, la forza di seduzione, l’attrattiva dell’amore: quel bel volto Ch’all’amorose r. il tenea involto (Ariosto). b. Tessuto a maglie che presenta una particolare struttura di trama e di ordito, usato per tende e cortinaggi, veli, zanzariere. c. In varî sport, struttura a maglia di diversa forma e funzione, come elemento costitutivo degli impianti o dell’attrezzatura per il gioco. d. R. mimetiche, reti a larga maglia, guarnite di erba, foglie o anche ritagli di stoffa colorata, che servono a mascherare carreggi, automezzi, artiglierie, ecc., durante le operazioni di guerra. e. R. metallica, rete di fili metallici, con maglie di varia forma e grandezza, usate per vagli, filtri e altri piccoli attrezzi e utensili, per sostegno (come le r. per letti), per recinzione e riparo, per protezione. 2. estens. e fig. Elemento o complesso di elementi simile per struttura e per funzioni a una rete di fili intrecciati. a. In biologia, intreccio di vasi o di nervi sottili. b. Nella pratica delle arti figurative, reticolato regolare che si sovrappone a un disegno nell’intento di riprodurlo in dimensioni uguali, maggiori o minori. c. In matematica applicata, schema grafico utilizzato nelle tecniche reticolari. d. R. idrografica, l’insieme dei corsi d’acqua che solcano un territorio diramandosi; analogam., r. stradale o viaria, r. ferroviaria; r. aerea, l’insieme delle linee di comunicazione aerea, su una regione, una nazione, un continente, ecc.; e. In elettrotecnica ed elettronica, struttura costituita da più circuiti che hanno dei punti in comune, detti nodi. f. Nelle telecomunicazioni, complesso di apparecchi, linee, circuiti e altri impianti, per mezzo del quale viene svolto il servizio. g. In informatica, r. informatica, sistema di interconnessioni fra calcolatori che può essere realizzato con appositi cavi, resistivi o a fibre ottiche, oppure per mezzo delle normali reti telefoniche o via satellite, e che permette lo scambio di messaggi tra utenti, la trasmissione di dati o programmi. h. Insieme di persone o cose il cui collegamento consente di svolgere compiti di collaborazione, cooperazione o osservazione, volti a un medesimo fine.

 

riżòma s. m. [der. di riz(o)-, col suff. -oma] (pl. -i). – In botanica, fusto sotterraneo, a sviluppo più o meno orizzontale, simile a una radice, dalla quale differisce per la sua struttura anatomica, la presenza di gemme e catafilli e la mancanza della cuffia; può fungere da organo di riserva e essere ingrossato.

 

suòlo s. m. [lat. sŏlum] – 1. La superficie del terreno (su cui si cammina o si procede e si poggia):  s. pubblico, quello che appartiene allo stato o ad altro ente locale ed è destinato a uso o servizio pubblico. Non com., il pavimento di un ambiente chiuso. 2. a. Il terreno stesso, e in partic. lo strato più superficiale formatosi in seguito all’alterazione del substrato roccioso per successive azioni fisiche, chimiche, biologiche da parte di agenti esogeni e degli organismi che vi si impiantano; il profilo del s. è la variazione verticale delle caratteristiche di composizione, di tessitura e di struttura, in genere presente come sovrapposizione di diversi strati, detti anche orizzonti. In geografia fisica, con riferimento ad aspetti fisici o all’origine: s. a cuscinetto, s. desertico, s. eluviale, s. fessurato, s. periglaciale, s. striato. In urbanistica, s. edificabile, su cui possono essere costruiti edifici. In agronomia, sinon. di soprassuolo (contrapp. a sottosuolo). In ingegneria ambientale, bonifica dei s. contaminati, gli interventi finalizzati a risanare i suoli dall’inquinamento chimico provocato da smaltimenti improprî di reflui e rifiuti provenienti da lavorazioni industriali, sversamenti di idrocarburi durante l’attività di estrazione, impiego eccessivo e irrazionale di fertilizzanti e fitofarmaci in agricoltura, ecc. b. fig., letter. Terra, paese: il sacro s. della patria; il s. natio.

 

trapiantare v. tr. [comp. di tra- e piantare: cfr. il lat. tardo transplantare (comp. di trans- e plantare «piantare»)]. – 1. a. In agraria, estrarre dal terreno l’apparato radicale di una pianta, con o senza il pane di terra, e collocare la pianta a dimora in un altro luogo: ho trapiantato il basilico in un vaso; è tempo di t. le camelie. Meno com., introdurre una pianta dal paese d’origine in altro paese, per farla attecchire e diffondersi: la patata è stata trapiantata in Europa dall’America centro-meridionale nella tarda metà del secolo 16°. b. fig. Trasferire da un luogo o da un ambiente a un altro; introdurre in un paese consuetudini, sistemi proprî di altri paesi: un’usanza trapiantata dall’America in Europa; trasferire in modo per lo più definitivo persone, famiglie, gruppi etnici dal paese originario in altre terre: la mancanza di lavoro l’aveva costretto a t. la propria famiglia in Germania; anche nell’intr. pron.: un ramo della famiglia si trapiantò in Francia. 2. a. In embriologia e morfologia sperimentale, trasferire un abbozzo dell’embrione o un organo o parte di organo dell’adulto in sede diversa dalla normale. b. In chirurgia, effettuare un trapianto d’organo: t. un cuore, un polmone; gli è stato trapiantato un rene; gli hanno trapiantato una cornea.

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