Carte d'imbarco #13
- 1 giorno fa
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di EDMONDO GRASSI
IN THE MOOD FOR LOVE (2000)
Wong Kar-Wai

Il punto di vista di chi osserva una relazione dall’esterno assume sempre delle angolazioni sfalsate, parziali, inciampanti, collocate dietro un angolo, attraverso lo spiraglio di una porta, da un gradino di una scalinata con uno sguardo trasversale, dal riflesso di una superficie opaca. Vallotton (Intérieur avec femme en rouge de dos, 1903), ci mette fuori da una stanza, poco dietro la soglia di ingresso, lasciandoci nel silenzio e nell’ombra, per osservare una donna in rosso, di spalle, della quale non ci verrà mai consegnato il suo volto. Davanti a lei una stanza si apre dentro un'altra stanza e dentro un'altra ancora, una enfilade di stipiti incassati uno nel successivo, fino alla camera in fondo dove la luce si fa calda e gialla, una intimità che resta a distanza, incorniciata, irraggiungibile.
Wong Kar-wai gira In the Mood for Love come Vallotton dipinge: per sottrazione. Hong Kong, 1962. Chow e Su Li-zhen sono vicini di stanza e scoprono, quasi per caso, che le rispettive relazioni coniugali sono in crisi. È da questa ferita condivisa che nasce la loro prossimità, dapprima il riconoscersi di due persone ingannate, poi qualcosa che non sanno nominare: una vicinanza fatta di corridoi stretti dove ci si incrocia rasentando il muro, di scale percorse a orari sfalsati, di porte che restano socchiuse. La macchina da presa non li mostra quasi mai per intero: li coglie attraverso uno stipite, celati dalle figure di altre presenze, tagliati da una tenda. Sempre una barriera tra noi e loro, sempre la stessa soglia che unisce mentre separa. I due provano persino a inscenare il tradimento dei coniugi, a recitarlo per capirlo e si ritrovano dentro un sentimento che non era una prova. E lei attraversa il proprio lutto come si attraversa una stanza in penombra in piena notte, dentro una processione di qipao, decine, cangianti a ogni scena, fasciati fino al collo: il colore che invita e la foggia che ingabbia, un corpo reso splendente e insieme inaccessibile. L'abito stesso è una soglia, chiama l'occhio e respinge la mano. Così, entrambi, si impongono di non cedere, di non diventare ciò che disprezzano: è un amore che si nutre della propria impossibilità, scelta prima ancora che subita.
Quello che non si possono dire lo dice una voce in prestito. Sopra Hong Kong galleggia Nat King Cole che canta in spagnolo: "Quizás, quizás, quizás". Forse, forse, forse. Il desiderio affidato a una lingua che non appartiene a nessuno dei due, perché nella propria sarebbe una confessione e così resta soltanto una canzone. È la stessa logica di tutto il film: si ama per via obliqua, di sguincio, in un idioma straniero, grazie a un bolero che dice al posto nostro ciò che noi tratteniamo.
Questa è la partizione ritmica tratteggiata da In the Mood for Love: la soglia che unisce mentre la si abita fino alla scissione. Wong annoda tutto ciò attraverso l’uso del rallentamento delle immagini, della ripetizione ipnotizzante del tema principale, dell’impasto sapiente di silenzi che accarezzano senza intrusione e di volute di fumo che ottundono il dolore proveniente dalla propria cassa toracica e il rumore gracchiante dall’esterno.
Quando ripensa a quegli anni lontani, è come se li guardasse attraverso un vetro impolverato: il passato è qualcosa che può vedere, ma non può toccare; e tutto ciò che vede è sfocato, indistinto.
Per Tanizaki (Libro d’ombra, 1933), il buio è soltanto la metà del chiarore. Le presenze che volteggiano nelle falci di luce opalescente quando nessuno le guarda, che si annidano nella quotidianità di ogni persona, scivolano a nascondersi nell'ombra quando irrompiamo goffamente in quello spazio. Nella stessa zona d'ombra, si muovono Chow e Su Li-zhen, due figure che il corridoio stretto e l’illuminazione rarefatta tengono unite nell'atto stesso in cui le separano. Fino alla fuga dal frastuono del mondo nel sacro della natura, dove un albero secolare si fa testimone dei nostri tagli, delle nostre speranze.
*EDMONDO GRASSI
Sociologo, professore dell'arte della resistenza e amante della compagnia degli algoritmi e di altre amicizie immaginarie. Vive tra una città caotica e luoghi dove isolarsi ad ascoltare animali e piante. Ha comprato una PlayStation per motivi di ricerca, gira sempre con della musica nella testa e cucina come da tradizione stregonesca di famiglia.
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