Zetaesse, codici (Blue-Duel - Dae Won Yang).png

© Dae Won Yang, "Blue Duel"

CODICI

“Come una scìtala rotta!” Già Plutarco, nel Simposio dei Sette Sapienti, menzionava uno dei più antichi metodi di trasmissione di un messaggio segreto, la scitala, appunto, un bastoncino di legno intorno al quale era arrotolato una striscia di pelle contenente un messaggio. Per decifrarlo, il destinatario aveva bisogno di un bastoncino identico. Quel bastoncino era la chiave, la sola via per decriptare l’informazione.
Un codice può dare accesso a un mondo e può precluderlo. Può essere tramandato, acquisito a caro prezzo, ignorato. Può contenere informazioni essenziali o essere l’unico modo per capirsi, ma possiamo anche decidere di usarlo per non farci capire. 
Di quanti codici abbiamo bisogno per intenderci l’uno con l’altro? E di quanti codici ci serviamo per negare l’accesso agli altri?

La deadline è il 21 novembre

 

Chi fosse interessato e desiderasse proporre un articolo, materiale fotografico o video, illustrazioni  può farlo scrivendo a redazione@zetaesse.org o caricando il file sul modulo in coda alla pagina.

Gli articoli possono essere proposti nei più comuni formati di elaborazione testi (.docx, .odt, .pages). I contributi scritti non prevedono un limite minimo né un limite massimo, ma si consiglia di non eccedere le 2000 parole. Zetaesse non è una rivista accademica e se ne distanzia anche nella struttura formale dei suoi articoli: al corpo note si privilegiano link diretti e  contenuti multimediali. Per quanto riguarda il materiale visivo, è necessario che i file siano inoltrati a risoluzione minima di 72 dpi.

Nel presentare i contributi, i singoli autori o gruppi di autori sono invitati a inserire le seguenti informazioni:

  • Titolo: sintetico e rilevante per i contenuti del contributo

  • Nome dell’autore o degli autori accompagnato da una breve biografia di presentazione.

  • Recapiti: email del primo autore

  • Abstract (circa 100 parole).


GLOSSARIO

allegoria s. f. [dal lat. tardo allegorĭa, gr. ἀλληγορία, comp. di ἄλλος «altro» e tema di ἀγορεύω «parlare»]. – 1. Figura retorica, per la quale si affida a una scrittura (o in genere a un contesto, anche orale) un senso riposto e allusivo, diverso da quello che è il contenuto logico delle parole: l’a. dell’«Amorosa visione» del Boccaccio; le a. della «Divina Commedia». Diversamente dalla metafora, la quale consiste in una parola, o tutt’al più in una frase, trasferita dal concetto a cui solitamente e propriamente si applica ad altro che abbia qualche somiglianza col primo, l’allegoria è il racconto di una azione che dev’essere interpretata diversamente dal suo significato apparente. 2. Figurazione pittorica o plastica di un concetto astratto: l’a. della Calunnia, di Apelle e del Botticelli.

 

binario agg. [dal lat. tardo binarius, der. di bini «due per volta»]. – 1. Composto di due unità, di due elementi: divisione b., nell’esercito, la divisione composta da due reggimenti di fanteria; stelle b., sinon. di stelle doppie. 2. Con sign. più tecnici: a. In biologia, divisione b., uno dei principali tipi di riproduzione asessuale o agamica dei protozoi per cui il citosoma si divide in due parti approssimativamente eguali. b. In chimica, composto b., costituito da due elementi (per es., cloruro di sodio, NaCl); sistema b., insieme di due componenti nella stessa fase (liquido-liquido) o in fasi diverse (liquido-solido, liquido-gas, ecc.). c. In matematica, operazioni b., le quattro operazioni elementari, in quanto si eseguono su coppie di elementi di un insieme; sistema di numerazione b., particolare sistema di numerazione che consente di rappresentare ogni numero intero usando solo due cifre (0 e 1), secondo lo stesso principio che è alla base della numerazione decimale ordinaria. In informatica, codice b., che impiega due soli simboli, in genere 0 e 1. d. Nella metrica, versi b., lo stesso che versi doppî o accoppiati, formati cioè di due versi brevi, come il doppio quinario, il doppio senario, ecc. 

 

canone s. m. [dal lat. canon -ŏnis, gr. κανών -όνος (der. di κάννα «canna»), termine che indicò originariamente la canna, e quindi il regolo usato da varî artigiani, da cui poi, sin dall’età omerica, i sign. traslati]. – 1. Regola, norma, dedotta non di rado da esempî: c. grammaticali, c. letterarî; c. artistico, sistema di regole riguardanti le proporzioni architettoniche e scultorie rapportate a un elemento preso come unità di misura. Nella filosofia epicurea e, nell’età moderna, spec. in quella di Kant e di J. Stuart Mill, criterio o regola di scelta che deve servire per la conquista o la dimostrazione della verità. 2. Per estens.: a. Elenco di opere o di autori proposti come norma, come modello e quindi elenco in genere. b. Il complesso degli scritti sacri ispirati dalla divinità o comunque assunti come testi fondamentali di una religione, e la dottrina in essi contenuta. 3. In diritto, furono detti canoni le norme di carattere giuridico che la Chiesa fissava per sé stessa, in contrapp. ai νόμοι o leggi dell’autorità civile. 4. Nel codice teodosiano, canon significa l’ordinamento dei tributi in natura delle province (canon frumentarius). Da qui, prestazione in denaro o in derrate, che viene corrisposta a intervalli determinati di tempo quale corrispettivo del godimento di un bene, per lo più immobile, in base a un contratto: c. di affitto; c. di locazione; c. annuo, mensile; pagare, riscuotere un canone. 5. In musica, componimento contrappuntistico (sviluppatosi soprattutto nella polifonia fiamminga del sec. 15°), ove il discorso d’una voce viene imitato, a determinati intervalli di tempo e di altezza, dall’altra o dalle altre voci di concerto: c. alla 5a, all’8a, all’unisono, per moto contrario, retrogrado, ecc.

 

corteggiaménto s. m. [der. di corteggiare]. – 1. Il fatto di corteggiare, nei sign. estens. del verbo: il c. dei potenti; le ha fatto un c. sfacciato. 2. In etologia, l’insieme dei comportamenti che in molte specie animali precedono l’accoppiamento, e che comprendono complesse sequenze in cui il maschio e la femmina si scambiano stimoli visivi, uditivi, chimici o tattili che hanno come scopo il riconoscimento specifico, il superamento della barriera aggressiva del partner e la sincronizzazione nella fase dell’accoppiamento.

crittografìa s. f. [comp. di critto- e -grafia, termine coniato come lat. mod., cryptographia, da G. Selenus (1624)]. – 1. a. Scrittura segreta, cioè tale da non poter essere letta se non da chi conosce l’artificio usato nel comporla; può essere realizzata col sistema della scrittura invisibile, della scrittura convenzionale (ove però il testo ha un significato apparente diverso da quello effettivo), e della scrittura cifrata (ove il testo non ha significato logico se non per chi sa interpretarlo). b. L’insieme delle teorie e delle tecniche (manuali, meccaniche o elettroniche) che permettono di cifrare un testo in chiaro, impiegando una chiave di cifratura, e di decifrare un crittogramma impiegando una chiave di decifratura, integrata, nei sistemi complessi, da una sequenza di numeri detta verme. 2. In enigmistica, tipo di rebus letterale che deve risolversi considerando come un unico assieme tutti i segni tipografici presentati. Esempî: dolORE = le ORE del dolore sono lunghe; EMI.RANIA = a pensar MALE (emicrania) ci (c) s’indovina. 3. Per estens., scritto o testo oscuro, di non facile interpretazione.

dandy /'daendi/, it. /'dɛndi/ s. ingl. [prob. dalla forma vezz. del nome proprio Andrew, o abbrev. di jack-a-dandy "elegantone, damerino"], usato in ital. al masch. - [uomo che cura molto il proprio aspetto, valorizza lo stile e le belle maniere e ostenta fastidio per i modi e i costumi borghesi].

DNA ⟨di-ènne-a⟩ s. m. – 1. In biochimica, sigla dell’ingl. De(s)oxyriboNucleic Acid. Sostanza che si trova nel nucleo di tutte le cellule animali e vegetali (anche nei microrganismi, nei batteriofagi e in alcuni virus), di importante funzione biologica come portatore dell’informazione genetica. 2. fig. L’intimità profonda di una persona, considerata come immutabile: ha l’insofferenza verso l’ipocrisia nel suo DNA.
 

galateo s. m. – Originariamente, titolo di un famoso trattato, Galateo ovvero de’ costumi, di monsignor Giovanni Della Casa (1503-1556), a sua volta dal nome di Galeazzo (in forma latinizzata Galateo) Florimonte, vescovo di Sessa, che suggerì all’autore l’idea, in cui sono raccolti consigli e ammaestramenti sulla maniera di conversare, di vestire, di stare a tavola, di comportarsi nella vita di relazione; quindi, ogni libro simile a quello scritto da monsignor Della Casa e, in senso fig. e più com., il complesso di convenienze che regolano i rapporti esterni fra persone, educazione, buona creanza: conoscere, ignorare il g.; dovresti studiare (o imparare) il g., a chi fa o dice scortesie o si comporta con maleducazione.

 

lìngua s. f. [lat. lĭngua (con i sign. 1 e 2), lat. ant. dingua]. – 1. a. Organo della cavità orale dei vertebrati, con funzione tattile e gustativa, che ha anche parte importante nel processo della masticazione e della deglutizione e, nell’uomo, nell’articolazione del linguaggio. Mordersi la l., incidentalmente oppure volontariamente per frenare il riso, per impedirsi di pronunciare qualche parola che sale spontanea alle labbra, o accorgendosi di aver detto qualcosa che sarebbe stato meglio tacere. Tagliare, mozzare, strappare la l. a qualcuno, come forma di antico supplizio o di pena barbarica (e in frasi fig.: a chi non ha saputo mantenere un segreto). b. Locuzioni riferite alla lingua come organo essenziale della parola: fig., gli si è sciolta la l. o ha sciolto la l., di chi, avendo incominciato a discorrere, non la smette più; avere la l. lunga; non avere peli sulla l., parlare con estrema franchezza; avere sulla punta della l., di nome o parola che si conosce e si è sul punto di dire ma che sul momento non si riesce a ricordare. Avere una l. tagliente, velenosa, una l. di vipera, una l. che taglia e cuce. 2. a. Sistema di suoni articolati distintivi e significanti (fonemi), di elementi lessicali e di forme grammaticali, accettato e usato da una comunità etnica, politica o culturale come mezzo di comunicazione per l’espressione e lo scambio di pensieri e sentimenti, con caratteri tali da costituire un organismo storicamente determinato, con proprie leggi fonetiche, morfologiche e sintattiche: l. italiana, inglese, tedesca, araba, turca, cinese, ecc.; le l. indoeuropee, germaniche, slave; l. creole; l. dotte o classiche, soprattutto il latino e il greco. È detta l. morta (in contrapp. a l. viva o vivente) una lingua che, o non è più usata da nessuno (come, per es., il gotico), o, pur essendo adoperata da persone che l’apprendono con lo studio (come il latino), non è parlata in una comunità linguistica organica né trasmessa di padre in figlio. b. Usato assol., con riferimento generico: la grammatica, la sintassi, il vocabolario di una l.; il carattere (e ormai ant. l’indole, il genio) di una l.; la storia, l’evoluzione della l.; la l. si arricchisce, si guasta, si corrompe, s’imbarbarisce. La confusione delle l., quella che sarebbe avvenuta per la costruzione della torre di Babele. Modi comuni: non capisco (in) che lingua parli, a proposito di persona che non si fa bene intendere; non parliamo la stessa l. (o anche, parliamo due lingue diverse), tra due o più persone che, per divergenza di opinioni o per incomprensione di altro genere, non riescono a intendersi o seguono ciascuna un ragionamento proprio.

 

norma s. f. [dal lat. norma «squadra» (come strumento) e fig. «regola»]. – 1. In origine, con sign. non più in uso, strumento adoperato da tecnici e operai per tracciare misure e rapporti di linee e di angoli; squadra: fare a norma, lavorare con la squadra. 2. a. Regola di condotta, stabilita d’autorità o convenuta di comune accordo o di origine consuetudinaria, che ha per fine di guidare il comportamento dei singoli o della collettività, di regolare un’attività pratica, o di indicare i procedimenti da seguire in casi determinati: n. didattiche, n. ortografiche, n. di navigazione; le n. per la correzione delle bozze. N. morale, regola di comportamento che l’uomo riceve da una fonte esterna (la religione, la società) o scopre nella propria coscienza. N. giuridiche, le regole di condotta che vigono nell’ordinamento giuridico e traggono da questo la loro forza imperativa. In senso generico: fissare, applicare, osservare, rispettare, trasgredire una n.; estens., prendere a norma una persona, assumerla come modello; b. Con sign. più concreto, l’espressione, la formula con cui è definita una regola di comportamento o che stabilisce e precisa una via da seguire, un criterio di giudizio, un paradigma di razionalità, moralità, bellezza e sim.: un breviario di n. estetiche; leggere attentamente le n. d’uso e di manutenzione. c. Uso, consuetudine, modo con cui solitamente si agisce o come un fatto si verifica abitualmente in determinate circostanze: attenersi alla n.; seguire, non seguire la n.; rientrare nella n.; uscire dalla n.. Con accezione affine, in linguistica, uso generale e omogeneo al quale tendono a uniformarsi i parlanti di una data lingua; in altre scienze e discipline, insieme di caratteri che si assumono come tipici di un dato fenomeno. 

 

rito s. m. [dal lat. ritus -us, affine al gr. ἀριϑμός «numero» e al sanscr. ṛtá- «misurato» e come s. neutro «ordine stabilito dagli dèi»]. – 1. a. Il complesso di norme, prestabilite e vincolanti la validità degli atti, che regola lo svolgimento di un’azione sacrale, le cerimonie di un culto religioso: osservare, seguire il r.; cerimonia conforme al r., ecc. I riti non soltanto mutano col mutare delle confessioni religiose, ma anche all’interno di una stessa religione possono aversi riti diversi: Chiesa cattolica di r. bizantino, di r. armeno, di r. siriaco, ecc.; in questi casi la parola assume il sign. più ampio di liturgia. b. Per estens., la cerimonia religiosa stessa, l’azione sacrale: celebrare il r. della santa messa; il r. nuziale; r. funebre; i r. dei pagani; i r. di Venere, ecc. 2. In senso non religioso, prescrizione, cerimonia, usanza in genere: il r. vuole che il festeggiato pronunci un discorso di ringraziamento; esser di r., o un r., essere cosa abituale, consueta. 3. Nel linguaggio forense, sinon. meno com. di procedura: codice di r. civile, codice di r. penale; eccezione di r., questione di r., eccezione processuale, questione di carattere processuale.

 

segreto s. m. [lat. secrētum, neutro sostantivato dell’agg. prec.]. – 1.a. Cosa o fatto che si tengono nascosti dentro di sé e non si rivelano a nessuno: il suo passato è un s. per tutti; tu hai sempre qualche s.. Anche di due o più persone: hanno un s. in comune; hanno i loro segreti; che sono tutti questi segreti? b. In partic., notizia che si rivela ad altri o si apprende da altri in via del tutto riservata (o anche che si scopre casualmente), e sulla quale si è obbligati a mantenere il silenzio: confidare, rivelare, svelare un s.; mettere qualcuno a parte d’un s.; venire a conoscenza d’un s.; carpire un s.; rimanga un s. tra noi; non è un s., non è certo un s. c. Con sign. più ampio: conoscere tutti i s. dell’arte, del mestiere; segreti di fabbricazione, e sim. In senso più materiale, congegno complicato e nascosto per il funzionamento di serrature e sim.: baule, cassaforte col s.; più astrattamente, il modo stesso, l’accorgimento con cui far agire un congegno o un arnese qualsiasi: è un motore che non ha segreti per me (e così d’altre cose: una scienza, una materia, un’arte, ecc., che non ha segreti per me). 2. Segretezza, condizione di ciò che avviene o si fa di nascosto; soprattutto nella locuz. avv. in segreto (opposto a palesemente, pubblicamente): si incontravano in s.; hanno agito in s. Altre volte, indica più specificamente il carattere riservato con cui viene fatta o ricevuta una comunicazione, e il vincolo con cui ci si impegna a non divulgare ciò che è segreto, riservato: l’ho saputo in gran segreto; e al contr. rompere il s., essere il primo a rivelare cosa che doveva essere taciuta; violazione del s.. In partic.: s. professionale, l’obbligo (e anche la facoltà, riconosciuta per legge) di non rivelare notizie riservate da parte di determinate categorie di persone (avvocati, notai, farmacisti, medici e sanitarî in genere, banchieri, giornalisti) che ne sono venute a conoscenza per ragione della loro professione. 

 

stringa s. f. [prob. der. di stringere]. – 1. Cordoncino o sottile nastro di cotone, cuoio e sim., per lo più a sezione circolare, usato per allacciare scarpe e scarponi, oppure busti e corsetti, spesso munito di puntali per passare più agevolmente attraverso i fori predisposti nell’oggetto da allacciare. 2. [Dalla voce prec., come calco lessicale e semantico dell’ingl. string]. – Nel linguaggio scient., serie, sequenza o successione di elementi di uno stesso tipo. In partic.: a. In linguistica strutturale, serie, successione lineare di elementi di un determinato ordine (fonemi, morfemi, sintagmi, ecc.). b. In informatica e nello studio di linguaggi logici, sequenza finita di caratteri alfanumerici registrata in memoria o in un altro supporto (nastro, disco, ecc.), che rappresenta dati in forma codificata. c. S. (o corda) cosmica, denominazione di strutture materiali lineari che si pensa possano essersi originate durante fasi di transizione dell’evoluzione cosmica.

tradurre v. tr. [dal lat. traducĕre «trasportare, trasferire» (comp. di trans «oltre» e ducĕre«portare»), rifatto sull’analogia di condurre e sim.] – a. Volgere in un’altra lingua, diversa da quella originale, un testo scritto o orale, o anche una parte di esso, una frase o una parola singola: t. un romanzo, un articolo dall’inglese in italiano; un’opera tradotta in ben dieci lingue; t. un’espressione, un modo di dire; una metafora che non è facile t.; in relazione al modo: t. all’impronta, a prima lettura e senza usare il vocabolario; t. alla lettera, parola per parola, il più fedelmente possibile; t. liberamente, allontanandosi dal modello linguistico dell’originale; t. a senso, cercando di cogliere il contenuto espressivo fondamentale, senza troppo preoccuparsi dell’esatta corrispondenza formale. b. Per analogia, in informatica, trasformare dati o istruzioni da una forma o da un certo alfabeto in un’altra forma o alfabeto, senza perdita d’informazione. c. Con usi estens. o fig.: t. in parole chiare, in parole povere, ripetere un discorso più semplicemente, più chiaramente; t. un’idea nel marmo, sulla tela, ecc., esprimerla in opera scultoria, pittorica, ecc.: t. in atto un programma, un progetto, ecc., metterlo in atto, eseguirlo.