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Social Housing o l’arte del possibile

di CARMEN CARUSO


Il fondamento dell’architettura è la progettazione. Per progettazione intendiamo un processo logico-artistico-scientifico attraverso cui dar forma agli spazi nei quali si svolgono attività essenziali come abitare, rilassarsi, lavorare, prendersi cura di sé. Un aspetto interessante della progettazione architettonica che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione di architetti di caratura internazionale è la realizzazione di un’edilizia residenziale in grado di attivare risorse utili per la crescita organica della comunità locale. Fra gli obiettivi vi sono, per esempio, la fruizione di beni e servizi di interesse generale.

Questo modello di edilizia residenziale pubblica prende il nome di social housing. Il termine fa riferimento al campo delle politiche abitative ma non riguarda solo il soddisfacimento dei bisogni primari delle fasce di popolazione più deboli. Il social housing propone una nuova idea dell’abitare. Ciò significa riservare una particolare attenzione alla qualità degli alloggi e all’ambiente circostante, in un’ottica evolutiva delle esigenze della popolazione. Significa, inoltre, produrre unità immobiliari che rispondano a una domanda abitativa più complessa e frammentata, tenendo conto dell’aumento dei costi delle abitazioni e degli affitti rispetto alla più lenta crescita dei redditi delle famiglie, dei cambiamenti nella strutture famigliari e della necessità di fornire spazi e servizi adeguati alle nuove condizioni o esigenze di vita.In questa direzione è interessante l’esempio della Coin Street Community Builders di Londra.

La cooperativa Coin Street nacque da una campagna di riqualificazione promossa dai residenti di un quartiere dell’area del South Bank. La campagna iniziò nel 1977 per opera del Coin Street Action Group - CSAG (diventato poi Coin Street Community Builders - CSCB) con l’obiettivo di impedire l’attuazione del progetto di alcuni imprenditori edili o developers. Nella fattispecie il progetto prevedeva la costruzione di un hotel-grattacielo di circa 140 metri e di superfici destinate a uffici per oltre 130.000 metri quadri. Il CSAG si mobilitò per promuovere un progetto alternativo che consisteva nella costruzione di circa 360 alloggi, negozi e servizi, un percorso pedonale e un parco lungo la riva del fiume.La campagna produsse due public enquiry al termine delle quali i residenti, con il sostegno dell’amministrazione pubblica e di tecnici specializzati, si trovarono a gestire un’area di 13 acri. Nel corso del tempo in quello spazio è stato realizzato un centro urbano multifunzionale (abitazioni, servizi, spazi dedicati alle attività socio-culturali, aree verdi).

L’area, per metà di proprietà pubblica del Greater London Council [1] e per metà di proprietà dei developers, era caratterizzata dalla presenza di edifici industriali dismessi e considerata marginale rispetto ai siti privilegiati del mercato immobiliare inglese. Ciononostante era stata presa di mira dalla speculazione degli anni settanta in virtù della posizione favorevole, vale a dire, centrale (il quartiere si trova nella zona di Waterloo) e con un’ampia vista sulla riva sud del Tamigi. A seguito della ribalta mediatica della vicenda, nel 1984 l’area venne interamente acquistata dal CSCB per circa un milione di sterline. Il prezzo fu contenuto in considerazione della proposta non speculativa della comunità che mirava alla realizzazione di spazi pubblici, residenze e servizi per la popolazione locale. Quello stesso anno la Coin Street Community Builders venne registrata come company limited by guarantee, assunse cioè la forma di una cooperativa senza fini di lucro, in convergenza con il disegno complessivo dell’intera comunità a sostegno della rigenerazione economica e sociale del South Bank. L’anno precedente, inoltre, era stato formato per Coin Street il Joint Advisory Committee, costituito dai rappresentanti del Greater London Council del Borough di Lambeth, del Borough di Southwark e dell’Association of Waterloo Groups allo scopo di sostenere l’iniziativa attraverso un organismo consultivo allargato.

La cooperativa acquisì la totale proprietà dell’area di Coin Street e si attivò anche per lo sviluppo dei siti non residenziali. Al posto degli edifici dismessi vennero realizzate una serie di aree a servizio della popolazione locale tra cui parchi, aree per attività commerciali, aree per attività culturali, edilizia abitativa a basso costo, un percorso pedonale fronte Tamigi, centri di servizio alla comunità (anziani, bambini, giovani, etc.) e interventi volti a mitigare il traffico per una migliore fruizione dell’area. Con questa operazione la CSCB s’inserì tra più grandi Development Trust d’Inghilterra.

E’ bene ricordare inoltre che il 50% degli appartamenti delle cooperative (che dal 1984 a oggi sono diventate quattro) sono messi a disposizione del local council per l’assegnazione degli alloggi a persone in stato di necessità. I servizi di gestione sono comprati dai vari consigli di amministrazione degli edifici in assoluta libertà sul mercato.

Questi edifici sono stati finanziati in differenti modi; sebbene i prezzi siano sotto la quota di mercato, la riscossione degli affitti provenienti da locali commerciali di varia natura (ristorazione, studi di design o artigianato artistico) contribuisce in maniera significativa a diversificare le entrate dell’associazione che prima dipendevano unicamente da un parcheggio a pagamento. Un altro passo importante fu compiuto con la riqualificazione della Oxo Tower, in stile art decò, che ospita residenze sociali dal terzo al sesto piano, mentre ai primi due e all’ultimo piano presenta numerose attività che generano profitti da reinvestire nelle cooperative.


Secondo l’architetto Paul Johnston, che ci ha accompagnato per un sopralluogo, il complesso residenziale risulta vincente sia dal punto di vista estetico sia dal punto di vista urbanistico. In particolare, la tipologia di case è una sintesi interessante di materiali eco-friendly e di linee ben articolate dove tradizione e contemporaneità si sposano felicemente. Gli elementi delle town house georgiane sono sapientemente intrecciate ai volumi dei condomini moderni e l’equilibrio fra spazi interni, esterni e comuni offre prospettive inusuali ma ben ponderate. In aggiunta l’attenzione ai corner shop, «quei piccoli esercizi che tengono insieme la comunità» fa parte di quella sperimentazione che assottiglia sempre più il confine fra architettura e urbanistica e pone «la progettazione come investimento della comunità per la comunità stessa».

Dello stesso avviso è I.B., che ci ha raccontato la sua esperienza da residente.

I. parla con orgoglio e soddisfazione di Coin Street, il cui nome evoca sia un pezzo di storia significativo della città di Londra sia un’abitazione confortevole, con i vantaggi della centralità e gli agi della vita di quartiere, dove ci si conosce tutti. Vive in Coin Street da circa 16 anni con i suoi 4 figli in una delle abitazioni della cooperativa Iroko. «Le altre cooperative sono Mulberry, Palm e Redwood, tutte cioè prendono il nome da diverse tipologie di alberi. […] Ho sempre vissuto in un appartamento e volevo una casa per me e i miei figli. Ho persino abitato in un appartamento di due stanze di proprietà del council di Lambeth e mi sembrava che non avrei mai risalito la lista per ottenere un’abitazione più spaziosa. Finché non sono arrivata qui a Coin Street. Abitare qui vuol dire accettare un lease di 5 anni e i vincoli di gestione comune. C’è un board e poi ci sono dei committee. C’è il garden committee, per esempio o il social committee per le attività sociali. Io sono in uno di questi e abbiamo lavorato fino a luglio per le attività sociali. Il barbecue è stato uno spasso!»


«Abbiamo un meeting una volta al mese, ci serviamo tutti dello stesso indirizzo di posta e lo scopo è quello di partecipare il più possibile. Il fatto che qualcuno si dia da fare e gli altri stiano a guardare non avrebbe senso. E’ per questo che c’è un lease di 5 anni, che è rinnovabile, ma lo scopo è cercare di generare attività. D’altra parte mettere la firma per vivere in una cooperativa vuol dire questo, tu vivi in una dimensione cooperativa. Niente di più niente di meno. Adesso per esempio siamo occupati in una campagna molto importante e vogliamo che tutti siano coinvolti, organizziamo meeting e c’è chi porta il tè o anche solo la teiera, insomma, anche piccole cose. Le persone possono pensare che c’è bisogno di grandi impegni amministrativi, certo può esserci anche quello ma spesso bastano piccole cose, anche raccogliere la spazzatura o curare il giardino. […]. Si tratta di regole, dopo tutto si vive insieme attraverso regole comuni, no? Quando prendi l’autobus devi usare la tua Oyster card e non è anche quella piccola regola comune?»

Di politiche abitative si potrebbe parlare ancora a lungo, ma l’essenziale è lì, nelle parole di Ingrid che riassume per noi il social housing targato Coin Street e l’arte del possibile.

Per saperne di più


1. London e Outer London e i 32 London Borough Councils. Il local Government Act del governo Thatcher abolisce i livelli di governo intermedi e così il GLC, allora guidato da Ken Livingston, e conferisce ai Borough uno status simile a quello di municipalità. Nel 2000 il governo laburista istituisce la Greater London Authority, che raggruppa i 32 boroughs.


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*CARMEN CARUSO

Si occupa di migrazioni e diaspore, studi culturali e post-coloniali, linguaggi e altri codici. Attualmente è Visiting Research Fellow presso l’Institute of Modern and Contemporary Culture (University of Westminster).


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ISSN 2611-5433

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