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Kafka-Nekrošius. Lettera e metafora

di RAFFAELLO ALBERTI



© Pietro Scarcello

Nel momento in cui varchiamo la soglia del Teatro Auditorium Unical, la platea è ancora tutta illuminata, gli spettatori stanno lentamente prendendo posto. Lo sguardo percorre la ripida gradinata centrale per raggiungere il fondo della scena, in cui brilla un riquadro monocromo, rettangolare: in una tonalità seppia, come in certe stampe d’epoca, è raffigurata una stanza piccolo-borghese; allineati a ridosso di questo fondale, unici elementi tridimensionali disposti a occupare la scena, alcune sedie di legno e un appendiabiti. Nient’altro. Tanto basta a evocare certi squallidi interni – tinelli, pensioni, solai – tipici dell’universo narrativo di Kafka, dal cui racconto Un digiunatore (1922) è tratto lo spettacolo cui stiamo per assistere, appunto A Hunger ArtistUn digiunatore, di Eimuntas Nekrošius.



Come si entra nell’ultimo lavoro del grande regista lituano? Indubbiamente, carichi di commenti – troppi – e di riverenza verso il suo autore. Nekrošius è un monumento. Noi abbiamo avuto modo di vedere, allestita in questo stesso teatro meno di un anno fa, la sua mirabile trasposizione del Paradiso di Dante. In quel caso, il tentativo di tradurre nel linguaggio della scena il registro sublime della terza cantica raggiungeva un’idea di luce e di trasparenza (sintetizzata nell’onnipresenza dell’acqua e del vetro), che era ottenuta grazie a una rottura delle ampie volute, e delle terzine, che formavano il contesto originario. Ne usciva un risultato altamente enigmatico, che stupiva nella stessa misura in cui lasciava come dissolto in una successione di piccoli gesti uno dei testi fondativi della nostra tradizione.

Qui, si può dire, avviene qualcosa di opposto ma anche, per certi versi, di simile. Dove tutto era trasparente, troviamo una negatività e un’opacità assolute. Il breve racconto di Kafka, uno dei suoi ultimi, presenta una figura che non ci è dato ridurre ad alcun significato determinato. Non un digiunatore, ma un artista del digiuno (come recita l’originale titolo tedesco, ripreso da Nekrošius): eppure, sin dall’inizio, quest’occupazione è del tutto normale, anche se gli individui che la praticano sono senza dubbio eccezionali; un’attrazione da fiera, un tempo di moda e ora in declino. Si tratta di un procedimento tipicamente kafkiano: a partire da un assunto più o meno assurdo, la situazione si dipana secondo una logica consequenziale, in una realtà dai contorni netti. Ci sembra un po’ questo anche il trattamento che Nekrošius riserva alla sua fonte letteraria. Il testo, infatti, è conservato pressoché intatto nella sua letteralità, e quasi nella sua integrità (malgrado le numerose interpolazioni): l’enigma è nella materia stessa del racconto, non nella sua resa sulla scena, che è invece limpida, del tutto priva di orpelli spettacolari.

La scena si è popolata. Sono entrati quattro attori della compagnia Meno Fortas: il digiunatore (interpretato da una donna, l’attrice Viktorija Kuodyté), accompagnato dall’impresario e da due guardiani, assoldati per sorvegliarlo. Siamo invitati ad assistere alla sua cena, che è fatta di nulla. Viene persino allestita una grottesca lezione di fisiologia con sagome di cartone, con cui s’intende dare ragione del suo prodigio; ma il digiunatore prende la sagoma del suo stomaco e la getta via. Non è questione d’organi, evidentemente. Si direbbe semmai che il suo sia un corpo cavo, e che tuttavia basti a se stesso, un corpo che proprio attraverso lo svuotamento raggiunge una sua particolare pienezza. Dissezionandolo non si troverà nulla, non si porterà alla luce alcun segreto.

L’allusione a un vuoto centrale è la vera dominante dello spettacolo. Non l’idea di una ineffabilità del senso quanto, piuttosto, e più semplicemente, di un’assenza di significato, di una destituzione dell’idea stessa di significato. Vuoto è il corpo del digiunatore, come vuoto è lo spazio in cui si colloca: soltanto il gesto attoriale, assieme alle musiche, pare in grado di resuscitare il fantasma del mondo cui il digiunatore appartiene (e Nekrošius è artista talmente privo di ingenuità da non cedere nulla alla paccottiglia yiddish-mitteleuropea che si è soliti associare alla Praga di Kafka, quella Praga in cui lo scrittore conobbe peraltro il mondo “proibito” del teatro). Ma sono soprattutto gli atti di parola individuali che tendono a liberare una parola superiore, impersonale, che è quella di Kafka stesso, il testo del racconto, che circola da un attore all’altro.

All’interpretazione corrente della figura del digiunatore come metafora dell’artista, Nekrošius preferisce una soluzione meno scontata (sebbene egli sposi almeno per un momento quella prima lettura, facendo deporre ai piedi del digiunatore tutti i premi e i riconoscimenti a lui stesso tributati nel corso della sua carriera). Kafka per primo richiedeva una forma di comprensione letterale: «Le metafore sono una delle tante cose che mi fanno disperare dei miei scritti», dice in una nota di diario del 6 dicembre 1921. Il gesto apparentemente sostenuto ed ermetico con cui il regista elabora la propria fonte è allora, forse, il più umile, oltre che il più intelligente: non l’illustrazione di un racconto, ma il racconto messo in scena, restituito come tale.

Certo, il personaggio e la vicenda si inseriscono pienamente in quella linea primonovecentesca, di derivazione romantica, in cui la creazione artistica è posta drammaticamente a contatto col mondo delle merci e dello spettacolo (la decadenza del digiunatore è una pagina di grande patetismo). Ma questo, per Nekrošius, sembra costituire solo un punto di partenza, un dato già acquisito. Più profondamente, il digiunatore kafkiano ci sembra alludere qui a un’ascesi e a un martirio, a una riduzione dei fenomeni alla loro essenza, a un misterioso cammino di purificazione. È il vuoto che lo abita, ciò a cui occorre essere fedeli.


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*RAFFAELLO ALBERTI

Ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia della Comunicazione e dello Spettacolo presso l’Università della Calabria. Si occupa prevalentemente di teoria del cinema, con particolare riguardo all’opera di Gilles Deleuze. Ha scritto su Ophüls, Haneke, Cronenberg, Schefer. Suoi articoli sono apparsi su Cineforum, Carte di Cinema, Rifrazioni. È redattore del periodico online Fata Morgana Web

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ISSN 2611-5433

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