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Shibari, tortura ed erotismo. La Quarta Corda si racconta

a cura di DIEGO FERRANTE


René Char suggeriva di non imitare gli uomini "nella loro enigmatica malattia di fare nodi". Per vederci chiaro abbiamo incontrato Andrea, ideatore e rope artist de La Quarta Corda, e abbiamo parlato di bondage, di Giappone, e del mondo della sessualità alternativa.

Dopo essersi formato con importanti maestri europei e giapponesi, il suo interesse si è orientato verso il bondage giapponese tradizionale fino a diventare tra i principali esperti italiani di kinbaku. Insieme a coldeyes – sua compagna di corde e di vita – ha tenuto corsi e performance in importanti manifestazioni internazionali come Shibari Showparty, Moscow knot, Shibari dojo Varsaw, London Festival of Rope Art, BoundCon, Rome BDSM Conference, Bound, EURIX, Ecole des cordes. È inoltre consulente per La Valigia Rossa.


Andrea e coldeyes durante una performance a Barcellona ©Tentesion Photography

Lo shibari si sviluppa in Giappone, ma i suoi natali sono spesso collocati in momenti diversi della storia. Quali sono le sue origini? Come si è sviluppato nel corso del tempo?


Il bondage giapponese – detto “shibari” o “kinbaku” - è una pratica che ha circa un centinaio di anni. Considera che il suo iniziatore è stato Ito Seiu, che è nato nel 1882 e morto nel 1961; le prime pubblicazioni con illustrazioni con utilizzo di corde a uso erotico risalgono al periodo tra le due guerre. Lo sviluppo del bondage è dunque avvenuto per lo più dopo la seconda guerra mondiale, anche se, forse per dare un manto di liceità a questa pratica, si è arrivati erroneamente a dire che affonda le sue radici nel periodo Edo o che le geisha legavano i loro clienti.

È vero che le corde, in ambito antropologico, sono un elemento ricorrente in tanti i popoli: ad esempio in Giappone, se si ritiene che in un certo posto sia presente un kami, uno spirito, si pone una corda bianca per delimitare lo spazio sacro. L’elemento corda è dunque carico di significati, ma questo non ha a che vedere col bondage.

Come ho detto infatti, la storia del bondage è molto recente e il suo padre è Ito Seiu, un pittore, fotografo, scrittore, scenografo che ha fatto convergere vari elementi della cultura giapponese in questa pratica. Ad esempio alcune stampe giapponesi come quelle di Yoshitoshi che rappresentò scene di tortura e morte; in queste stampe è evidente il nesso tra crudezza, tortura ed erotismo, che poi è diventato uno dei cardini del bondage giapponese, ovvero l’erotizzazione della sofferenza.

Poi l’hojojutsu, l’arte marziale che consente di bloccare e immobilizzare l’avversario usando una corda, che ha ispirato alcune forme di legatura. Poi ancora il nesso tra corde e tortura: alcune torture del periodo Edo utilizzavano corde… ma ovviamente oggi il bondage si fa per piacere e non per estorcere confessioni.


Spesso si ritiene che la versione occidentale del bondage sia una traduzione di quella giapponese. Sono tradizioni autonome o legate tra loro?


Il bondage americano si è sviluppato anche grazie a uno scambio tra Giappone e Stati Uniti, dovuto alla presenza di soldati americani in Asia durante il dopoguerra. John Willie aveva un corrispondente in Giappone che gli inviava delle pubblicazioni a tema che sono state sicuramente una fonte di ispirazione per il famoso fotografo e illustratore americano.

Certo c’è da dire che corde, sofferenza ed erotismo sono sempre stati elementi correlati tra loro. Pensa che esistono addirittura delle cianotipie del 1800 di Charles-François Jandel – oggi conservate al Museo d’Orsay – che ritraggono scene di bondage con posizioni che possiamo ritrovare in pubblicazioni giapponesi o americane degli anni Cinquanta. Insomma, un bondage ante litteram.

Mi permetto di fare subito al proposito una piccola nota sulla nomenclatura: bondage significa “schiavitù” e indica generalmente tutte le pratiche che creano una costrizione, tra cui ad esempio le manette, le catene, la mummificazione e ovviamente anche le corde. In particolare per quello giapponese si usa il termine shibari, che significa legatura anche in senso generico, o kinbaku, che significa nodi stretti, fatti “come si deve”, che è invece un termine legato esclusivamente alla pratica erotica.


Questa precisione sui nomi mi sembra interessante, perché poi i nomi stanno a indicare un ruolo, una posizione, una ritualità. Pensi che lo shibari mantenga un rapporto con altre espressioni della cultura giapponese come la calligrafia, l’ikebana o l’aikido?


Lo shodo (calligrafia) e l’ikebana sono strettamente legate allo zen, mentre nel bondagegiapponese manca una dimensione strettamente spirituale, un aspetto meditativo; in Giappone lo shibari è legato alla sessualità, al sadomaso. Lo stesso Ito Seiu pubblicava a sue spese e spesso incappava nella scure della censura.

Questo elemento più “mentale” è un’evoluzione che ha avuto il bondage in Occidente. Trovo interessante che una pratica possa svilupparsi e trovare anche nuove forme. Per esempio c’è anche chi usa le corde con intenti di rilassamento, ma questo non è decisamente l’idea che si ha dello shibari in Giappone.


© La Quarta Corda


Tornando a quanto raccontavi in precedenza, come mai le pubblicazioni sul bondage hanno incontrato una forte censura nonostante il Giappone abbia una ricca tradizione di arte erotica?


Dalla fine dell’Ottocento, con l’apertura all’Occidente, e soprattutto dopo la sconfitta della Seconda guerra mondiale e il periodo di occupazione il Giappone ha subito una pesante “occidentalizzazione”.

Pensa che fino a un paio di secoli fa c’era una grossa diffusione di stampe erotiche con organi sessuali rappresentati con dimensioni smisurate; oppure le terme erano aperte a tutti e tutti stavano nudi. Oggi la produzione erotica in Giappone è molto diffusa, ci sono video e manga per ogni gusto, ma i genitali per esempio devono essere coperti, pixelati.


Credi che in Italia il sesso e a maggior ragione la "sessualità non convenzionale" continui a rappresentare un tabù? Di sessualità se ne può parlare senza conformismo?


Personalmente non ho mai avuto grossi problemi al riguardo: sia i miei genitori che i miei colleghi musicisti sanno che faccio bondage a livello professionale. Non ne faccio mistero. Mi rendo però conto di essere di essere fortunato e che la realtà può essere molto diversa. . Quandosono stato chiamato a parlare ad un master di sessuologia, per raccontare quale percezioni distorta hanno di questa pratica alcune persone, riportai i commenti in calce a un articolo online dedicato alla Rome Bondage Week, una convention dedicata al bondage, conclusasi da poco. Me ne ricordo qualcuno: “La fiera del salame appeso”, “Alla Boldrini piace il pissing”, “Quando inizieremo a rispettare le donne?”, “Ma un po’ di sano sesso no?”. Questi sono una serie di luoghi comuni e di stupidaggini che dimostrano innanzitutto mancanza di informazione ma anche di cultura della diversità e del rispetto.


C'è un luogo comune che forse colpisce anche me: mi sembra che nell’immaginario, nelle fotografie, nelle performance sia poco frequente vedere un uomo nel ruolo di bottom. È davvero così? C’è un motivo in particolare?


Nell’iconografia del bondage sia americano che giapponese, soprattutto in quello meno recente, capita più spesso di vedere una donna nel ruolo di persona legata.

Sicuramente oggi, rimanendo in un certo binarismo di genere, le cose sono cambiate e ci sono molte donne che legano e uomini che si fanno legare.

Sarebbe interessante vedere quanto influisce anche inconsciamente il maschilismo – che comunque è insito nella nostra società – nella distribuzione dei ruoli per genere. Per quanto riguarda la mia esperienza nei corsi che tengo ci sono percentualmente più bottom donne che uomini, ma ti posso assicurare che negli anni ho trovato qualsiasi combinazione di orientamento sessuale e di genere.


© La Quarta Corda


Quando hai scoperto il bondage? Come ti sei avvicinato a questo ambiente e a questa disciplina?


Pensa che all’inizio il bondage non mi piaceva. Avevo una sessualità di tipo BDSM, kinky, ma le corde non erano la mia passione. Poi finì una storia con una ragazza, che era anche una mia sottomessa, e avevo bisogno di trovare uno stimolo diverso. Scoprii allora le corde e capii che non si trattava solo di legare una persona: c’era un background fatto di tecnica, estetica e comunicazione. Allora mi ci sono buttato a capofitto, ho girato l’Europa e sono stato in Giappone per imparare e poco alla volta è diventata la mia passione e il mio lavoro.


In cosa risiede la bellezza delle corde e della legatura? Che comunicazione si instaura con la persona che leghi durante una sessione e che funzione assumono le corde in questo dialogo?


Il bello del bondage è che ha piani diversi: c’è quello tecnico, ma anche quello estetico e quello comunicativo.

La tecnica costituisce la base. Anche la corda o la legatura in sé può essere affascinante. Riconosco di essere un feticista delle corde: il maneggiare la corda o l’atto del legare mi piace di per sé. Poi c’è il piano estetico per la bellezza della legatura e perché mi eccita vedere il mio partner legato. Non mi riferisco solo all’aspetto visivo, ma anche a quello che la legatura mi trasmette: l’esposizione, la sofferenza, la vergogna, il benessere o l’estasi. Ma la cosa per me ancora più bella del bondage è il poter comunicare col mio partner attraverso le corde; attraverso di esse si può parlare di cose talmente profonde che sarebbe difficile parlarne a parole.

Poi ci sono i piani delle sensazioni, delle emozioni e della relazione. Tre livelli diversi che vengono toccati dalle corde. Il bondage ha a che fare con le sensazioni – tattili, olfattive, uditive – che sono ovviamente un grande stimolo. Ma ha a che fare anche con le emozioni: con le corde vai a esplorare la parte più profonda di una persona, quella più nascosta – le paure, le insicurezze, il piacere, il dolore, la fiducia nell’altro. Le sensazioni sono momentanee, le emozioni continuano anche quando le corde sono state tolte.

Nel momento in cui si inizia a immobilizzare il partner la persona legata ti cede parte della sua libertà. È un atto di dono e di fiducia che tu accogli con attenzione e cura. Si entra subito in uno spazio molto intimo e privato.

Tutto questo è possibile perché attraverso le corde si forma una forte relazione. La relazione è la chiave di tutto! Essa rende il fare corde una condivisione, un reciproco atto di amore.

C’è un termie giapponese, semé, che significa tortura e tormento. La “tortura” ovviamente è intesa in senso erotico: una pratica che riesce a erotizzare il dolore, a trasformarlo in piacere. Il tormento invece agisce a un livello più profondo. Nel mio modo di fare corde significa trovare un punto debole, un timore, una insicurezza, una paura del partner, non per farlo stare male, ma per lavorarci insieme in un contesto erotico e controllato. Grazie alla fiducia che si instaura possiamo lasciarci andare e uscirne migliorati. Capita a volte che chi è legato pianga o che, durante le performance, pianga anche qualcuno del pubblico che si immedesima in quello che sta succedendo. La chiave è che si è in due e in due si è più forti, si sa che l’altro c’è sempre. Akira Naka, un maestro giapponese, una volta disse che soffriva di cuore perché aveva provato tante emozioni e perché tante ne aveva ricevute dalle partner. Ovviamente è una battuta, ma capisco quello che voleva dire. Alla fine di una sessione di corde particolarmente intensa non hai idea di quanto si è stremati, sfiniti ma felici.


Le performance sono tra i canali più importanti per la diffusione del bondage, è sempre stato così? Quali elementi contraddistinguono le tue performance? Prima di iniziare hai uno spartito, un’idea di quali figure vuoi realizzare?


Le prime performance pubbliche in Giappone sono state realizzate da Osada Eikichi negli anni Sessanta; anche Seiu organizzava degli incontri a casa sua in cui lui legava e gli altri dipingevano, disegnavano o scattavano foto, ma non erano delle performance.

Le mie performance sono abbastanza lunghe, intorno ai quaranta minuti. Sembra molto tempo ma in realtà c’è bisogno di raccontare una storia, di sviluppare le emozioni, di far salire una tensione e poi di scioglierla.

Una performance è sempre un atto performativo perché comunque c’è un pubblico: c’è teatralità, esposizione, per un certo verso anche esibizionismo. Quando lego su un palco, generalmente ho chiari i vari passaggi, ma lascio sempre uno spazio per l’improvvisazione, per l’estro del momento. In alcuni casi invece vado completamente libero. Per esempio io e coldeyes, la mia compagna, organizziamo un evento che si chiama Il suono dell’acqua – è un verso tratto da un famoso haiku di Matsuo Basho – in cui ci esibiamo ma senza fare una vera e propria performance: si tratta più di una sessione improvvisata come se fossimo soli io e la mia partner. L’ambiente è intimo e sono presenti al massimo una dozzina di spettatori e la persona più vicina nel pubblico è spesso a meno di un metro da noi.


Accanto a queste performance più raccolte ci sono i grandi palchi nazionali e internazionali. È una dimensione che ami di meno?


No, non direi. Siamo stati un paio di anni fa al BoundCon, un’importante convention a Monaco che ha luogo in un grande hangar industriale. Avevo un po’ di timore perché in genere sul palco di questa manifestazione vengono presentate performance molto dinamiche, spettacolari e con musica a tutto volume. Uno stile molto diverso dal mio. Arrivato il momento della performance, sono salito sul palco e ho iniziato a legare, completamente concentrato e preso in quello che stavo facendo, nel mio mondo; ad un certo punto ho alzato gli occhi e mi sono trovato davanti quattrocento persone ferme in silenzio. Ricordo che mi fece un effetto notevole.

Il pubblico ti rimanda tanto indietro, è un terzo oltre te e il partner. Durante la performance si instaura un rapporto forte a due, ma percepisci anche le reazioni di chi hai intorno. Sono anche un concertista e in fondo è la stessa cosa. Si crea un’energia.


Che cosa contraddistingue il tuo lavoro da quello di altri performer ed esperti di corde? In cosa riconosci la tua cifra personale?


È una domanda a cui non è semplice rispondere; le differenze possono essere profonde ma al tempo stesso difficili da cogliere. Che cosa caratterizza il suono di un musicista da quello di un altro? A prescindere dalla tecnica e dall’estetica, è il modo di usare le corde, quello che si dice durante la pratica, il modo di porsi e l’interazione con chi viene legato a cambiare.

Il mio stile è basato su una forte interazione col partner, quindi i cardini sono la fiducia e il controllo, grazie ad essi è possibile raggiungere parti anche molto nascoste di noi stessi. Le mie legature non sono particolarmente spettacolari, con tanti cambi di posizione; la loro bellezza sta nel progressivo crescere della tensione. È come avere una strategia attraverso la quale vuoi creare un’intesa intima col partner, vuoi guidarlo, vuoi metterlo a nudo. Vuoi creare una relazione in cui esistete solo tu e la persona legata che condividete un atto di amore reciproco.


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*DIEGO FERRANTE

Scrive di filosofia, cinema e teoria critica. Ha curato la traduzione dall’inglese di vari testi di filosofia e teoria politica; collabora con il portale online di Micromega Il rasoio di Occam. Si nutre di letture, di arte e foglie di tè. Talvolta ne legge il fondo. È tra i fondatori di zetaesse. Non sa far nodi, non sa scioglierli. Academia.edu





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ISSN 2611-5433

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